Banff, tutto qui?

Oggi ci attendono quasi 500 chilometri di strada prima di raggiungere il cuore del parco nazionale di Banff in Alberta. La strada dritta ed interminabile si snoda in un paesaggio che di chilometro in chilometro cambia in continuazione, finalmente si vede qualche montagna degna di questo nome e lentamente le betulle lasciano il posto ai pini.

Dopo un paio d’ore dalla partenza ci fermiamo per un caffè nella piccola cittadina di Revelstoke, ci sembra di avere tantissimo tempo a nostra disposizione, ma scopiamo ben presto che non è così. Finalmente raggiungiamo Rogers Pass (1330 mt.) e da qui in un ora abbondante siamo a Golden. Sono già le 2 del pomeriggio e decidiamo di fermarci a mangiare un boccone.
Inutile sottolineare che per quanto si mangi veloce alla fine 30-40 minuti vanno via.
Ripartiamo di gran carriera, del resto qui nessuno rispetta il limite che varia tra i 70 ed i 90 km/h, e raggiungiamo Field che sono circa le 4. Intorno ai noi ormai abbiamo solo montagne e distese pare senza fine di foreste di pini. Dato che la notte è già prenotata e mancano poco più di 140 chilometri a Banff, decidiamo di fare un piccola sosta presso l’Emerald Lake.

Il nome ovviamente la dice tutta ed è assolutamente adeguato allo spettacolo che ci ritroviamo davanti quando, dopo aver lasciato l’highway, parcheggiamo nei pressi del lago.

Lo spettacolo è mozzafiato ed i colori sono onestamente a noi sconosciuti, siamo galvanizzati e ci spariamo anche tutto il giro del lago a piedi. Tra un foto e l’altra bruciamo un’altra oretta. Proprio mentre torniamo al parcheggio veniamo assaliti dall’immancabile ressa di giapponesi appena sbarcati da una corriera, sembra delle formiche impazzite.
Siamo contenti, ma in fondo c’è qualcosa che non ci convince. Insomma ci aspettavamo “qualcosa di più″ che in questo momento facciamo fatica a scorgere…

Gli ultimi 100 chilometri sono lunghissimi e continuamente interrotti dai lavori in corso che in queste zone possono fare solo da giugno a fine settembre, dopo si chiude per neve.
Banff ci accoglie al tromonto dominata da una montagna che pare un tavoliere inclinato di 45 gradi. Imponente ed impressionante.

E’ una cittadina relativamente giovane di inizio ottocento che pullula di turisti. Dopo esserci sistemati in ostello, scendiamo in città per cenare e farci una piccola vasca per il centro che altri non è che un’unica via principale costellata di tutto quello che si può trovare. Dai ristoranti ai negozi di souvenir, dai caffè ai club di biliardo, dai fastfood ai negozi di abbigliamento. Insomma in 500 metri c’è tutto quello di cui si ha bisogno.
Il vero problema di Banff e forse anche di altri posti che abbiamo visto, è che sono nuovi. Sembrerà  strano da sentire, ma facendo un paragone con le nostre località  montane di parigrado, Banff sembra fatta ieri. Nessun edificio mostra i segni del tempo. Pare un film.

On the way to the Rockies

La cronaca di oggi se vogliamo può essere considerata abbastanza noiosa. Tappa di trasferimento verso le Rockies da Vancouver. Il primo obiettivo è Banff che dista circa 900 chilometri, distanza impossibile da percorrere in un’unica giornata considerando le strade a disposizione ed i limiti di velocità. Abbiamo in verità già da tempo deciso di dividere in due tappe questo trasferimento e di fermarci circa a metà strada nei pressi di Chase.
Partiamo che è mezzogiorno preciso da Downtown Vancover e subito capiamo che i segnali stradali ci daranno un bel po’ da fare sopratutto i nomi delle vie che ad ogni intersezione compaiono vicini all’immancabile semaforo. Sì perchè qui i semafori crescono più dei funghi e noi che ormai ce li siamo quasi dimenticati in favore delle rotonde, cominciamo a spazientirci dopo pochi chilometri. Uscire da Vancouver sembra quasi impossibile, nonostante ci siamo lasciati alle spalle Downtown, la periferia pare interminabile. Fosse almeno bella!
Procediamo sulla statale fino ad incrociare la Freeway 1 nella quale di buttiamo a capofitto. Sono già le due del pomeriggio e il tempo vola considerando che abbiamo a mala pena fatto cento chilometri. Urge però rifocillarsi e nei pressi di Chilliwack ci fermiamo in una “restoration area” che in pratica assomiglia un po’ ai nostri autogrill solo che qui puoi trovare di tutto o di niente, dipende un po’ dal culo che hai. Noi troviamo un localino modello Saloon nel quale pare di essere catapultati in un film americano degli anni 50.
La signora che si aggira per i tavoli per re-fill del caffè credo sia impagabile. Ci spazzoliamo un’insalata con pollo e qualche Pepsi e via che ci buttiamo a capofitto sulla strada.

Il paesaggio fino a questo momento è stato piuttosto monotono: una grande distesa di campi di granoturco intervallati dai tipici barns americani (bellissimi), sullo sfondo le onnipresenti montagne.
Montagne però che non preannunciano niente di buono, infatti il nero sopra di esse si fa sempre più compatto e minaccioso. Appena superato Hope ci imbattiamo in un vero e proprio nubifragio. Cinquanta chilometri percorsi con il tergicristallo al massimo su un asfalto pessimo e con decine di camion enormi che viaggiano a 120 km/h. Roba da pazzi.
Ma dopo ogni temporale torna sempre il bel tempo e passata la tempesta finalmente si sole si affaccia timido tra le nubi. Siamo a oltre 1500 metri di altitudine e questa Freeway a 4 corsie taglia in due questo spettacolo della natura. Scorgiamo un cartello che avverte di controllare il serbatoio perchè la prossima stazione di servizio dista solo 120 km. Intorno a noi non c’è nulla di umano, solo pini e vette che si alternano a dolci colline. L’acqua caduta abbondante evapora dando al panorama un aspetto onirico stupendo.
Finalmente intorno alle 18 raggiungiamo Kamloops, ormai mancano solo 30 chilometri circa all’arrivo ed è il momento di rilassarci un po’.
Qui stranamente il paesaggio è completamente diverso da quello incontrato finora, infatti nonostante la presenza massiccia di sempreverdi, si vede chiaramente che non c’è la benchè minima traccia di erba. La terra, tutta la terra qui sembra essere sabbiosa, come se non trattenesse acqua, è un contrasto veramente impressionante.
Panorama che poi inaspettatamente ricambia per divenire completamente verde dopo qualche chilometro. Pare tutto molto strano.
Raggiungiamo infine Chase e da qui mancano solo 10 chilometri alla località di Squillax, sede dell’ostello dove abbiamo prenotato questa notte.
Scopriamo però che Squillax, nonostante sia presente sulle cartine, è uno sputo che si esaurisce in un incrocio, è incredibile. In questo incrocio sta il nostro ostello o per lo meno colui che lo gestisce. Infatti il tutto è gestito all’interno di un “general store” che da fuori pare una catapecchia vecchia di 100 anni. Ci avviciniamo. La porta è chiusa.

Dopo un po’ ci apre una signora che ci fa entrare e ci fa sbrigare le pratiche burocratiche. Il posto è assolutamente uscito dal 1920 credo. L’interno di questo store di 20 metri quadrati èindescrivibile, spero domani mattina se avremo tempo di fare qualche foto. Ma il bello deve ancora venire, finite le questioni amministrative la signora di porta verso le nostre camere… scopriamo che le camere altro non sono che dei vagoni ferroviari di inizio 900, giuro che non ci credevo! In pratica ci sono 3 vagoni adibiti a dormitorio con 4 letti a castello ognuno e il gioco è fatto.

Immagino che questo Squilax in un lontano passato fosse tipo un junction o un depot di piccolissime dimensioni, oggi conserva veramente un non so che di altri tempi.
Che dire, bellissimo.