Life at the cabin

La vita al cabin è fatta di essenzialità. La routine del “da farsi” è dettata dall’assenza di corrente elettrica quindi è la luce del giorno a definire l’inizio e la fine delle attività.

Il risveglio è sicuramente uno dei momenti più difficili, la stufa durante la notte si è spenta e la temperatura è di conseguenza precipitata, non so bene quanto faccia dentro, ma so quanto fa fuori: freddo! I più pigri oziano nei loro sacchi a pelo in attesa che il fuoco venga ravvivato. Qualcuno prepara la colazione ed è subito gioia allo sfrigolare del bacon…

L’acqua corrente ovviamente non esiste e quindi i più coraggiosi si avventurano col secchio a fare scorta nel fiume che scorre a pochi metri da noi. Giusto una spruzzata in viso ed una passata ai denti, per il resto va bene così.

La giornata prosegue oziosa e tranquilla. C’è chi si alla lettura, chi all’esplorazione della foresta, chi a sparare col fucile, chi a fare chiacchiere, insomma bisogna far arrivare sera ed ogni espediente è ben accetto.

Dal canto mio ho imparato a godere del caffè americano, magari allungato con un po’ di cioccolata. Mi accoccolo su di una panca vicino alle finestre stringendo tra le mani una tazza fumante. Aspiro con ingordigia l’odore del caffè che sale verso l’alto mentre con lo sguardo vago senza una meta precisa guardando la foresta che mi circonda. E’ tutto talmente troppo che sono soppraffatto da questa natura così opprimente.

BI9A4101

Le ore trascorrono tutt’altro che noiose e la sera arriva in fretta in questa stagione dell’anno. Le tenebre qui hanno uno spessore a cui non siamo più abituati, l’unica luce proviene dalle lampade a petrolio, nella stufa la legna scoppietta allegra mentre la cena viene preparata. Non siamo molto fortunati con il meteo e il cielo ahimè è sempre coperto, 3 notti senza stelle. Ci consoliamo con il bonfire acceso in riva al lago ghiacciato. Finita la cena ci raduniamo in alcuni intorno al fuoco, bastone alla mano ognuno scalda il proprio marshmallow. Il silenzio intorno a noi è rotto solo dal rumore della fiamma e da qualche branco di lupi che non lontano da qui sentiamo ululare.

BI9A4115

Tutto normale per i locali. Tutto eccezionale per noi.

The cabin

Il Natale ormai è passato e l’appuntamento annuale della family incombe, ci ritroviamo al punto prestabilito dopo aver fatto abbondante scorta di birra, al cibo pensano gli altri, in una località più o meno spersa nel nulla più assoluto: una curva anonima al limitare di un bosco anonimo in mezzo allo stato dell’Ontario, no non è Risiko, è la realtà. Scarichiamo macchine e pickup, si allestiscono le due motoslitte che abbiamo a disposizione, per il quod si farà un’altra volta c’è troppa neve.

Scott 1 e Scott 2 si preoccupano di battere un po’ la strada ma la neve è tanta e ci mettiamo in cammino lungo questa pista che si snoda nel bosco. Fa piuttosto freddo e la fatica si fa sentire, si sprofonda fino al ginocchio e dopo una mezzora di cammino la mancanza di forma fisica comincia a farsi sentire. Intorno a noi non si muove niente, nessun suono, sembra di essere in una foresta di cristallo. La temperatura si abbassa ulteriormente con l’arrivo del tardo pomeriggio. Non abbiamo pensato a tenere a portata di mano delle torce e quindi bisogna darsi una mossa prima che faccia buio. Non deve essere simpatico perdersi in questi posti nelle lunghe notti invernali 🙂

Finalmente, dopo quasi 2 ore di cammino, giungiamo al cabin che altro non è che una capanna abbarbicata su uno sperone che sovrasta quello che è un lago enorme formato, come da programma, da una famiglia di castori che stanzia allegramente nella zona.

BI9A3264

Il cabin che ci ospiterà per i prossimi 3/4 giorni è essenziale come solo le capanne nel bosco sanno essere. Due locali riscaldati da stufe a legna, una delle quali funge anche da fornello e all’occorrenza forno. Un soppalco, un specchio, vari ricordi di caccia e di famiglia appesi alle pareti. La corrente elettrica non esiste, se non per poche ore al giorno grazie ad un generatore, l’acqua corrente un lontano ricordo, copertura cellulare solo nei film, il bagno? beh ecco vedi quella casupola ad una cinquantina di metri da qui, ecco quello è il bagno che altro non è che un buco nella terra. Un buon samaritano in tempi remoti deve aver portato qui un bbq e così, in attesa che l’ambiente almeno si intiepidisca, ci sistemiamo come meglio possiamo nel gelo polare.

BI9A3250

In verità tutte queste scomodità mi sembrano più delle comodità… mi sembrano…

BI9A3299

Grandi risate accompagnano la cena e le chiacchiere che attorno al tavolo ci portano verso l’ora del sonno. Siamo tutti un po’ stanchi per via della camminata, del freddo, e insomma c’è voglia di infilarsi nel sacco a pelo. Ognuno ha il suo posto prestabilito, noi ci accomodiamo sul soppalco ed il sonno non tarda ad arrivare.

Buona notte cabin, domani con la luce del giorno vedremo come sei veramente 🙂

BI9A336210

 

A Horse with no name

Siamo in macchina ormai da ore. Abbiamo lasciato Cornwall questa mattina sul presto in un’atmosfera glaciale, il termometro segnava abbondantemente oltre i -20 gradi.

Da un paio di ore abbiamo abbondonato la 401 e percorriamo con fare deciso queste strade tutte dritte e perpendicolari tra loro. Dopo la bufera di metà mattina il cielo è rimasto grigio e piatto. E’ come essere sospesi in un limbo gelido.

Con la faccia schicciata sul finestrino posterione, guardo i chilometri srotolarsi dietro di noi, qualche casa ogni tanto emerge da questa coperta bianca onnipresente. Poi all’improvviso il mio sguardo viene catturato da un’insolita quanto affascinante scena. Due uomini a cavallo fermi in area di servizio a quello che pare essere un take away, probabilmente una sosta per una bevanda calda. Un mix tra antico e moderno. Un punto di unione che solo in queste terre desolate è possibile trovare.

Tra di noi ce la ridiamo pensando ai cavalli fermi al distributore di benzina. Ormai è sera e siamo alle porte di Peterborough. Il termometro segna – 22 gradi. Si sta da dio!!!

Vancouver Walking Tour: Downtown

Per chi questa estate ha in programma una gita fuori porta a Vancouver, il National Geographic Traveller ha pubblicato una mini guida con un tour a spasso per Vancouver Downtown.

Con partenza da Canada Place si risale verso il centro percorrendo Burrard Street, Robson Street e Horny Street. Un tour da percorrere rigorosamente a piedi per godersi la maestosità dei grattacieli, ma anche per scoprire angoli verdi nascosti, una vera chicca di Vancouver.

Dando un occhiata all’itinerario proposto, sono 10 le tappe principali che il National suggerisce:

  1. Canada Place
  2. Marine Building
  3. Christ Church Cathedral
  4. Fairmont Hotel Vancouver
  5. Vancouver Public Library
  6. Robson Street
  7. B.C. Electric Building
  8. Provincial Law Courts
  9. Robson Square
  10. Vancouver Art Gallery

Non rimane che fare la valigia ed imbarcarsi… good luck!

Ferragosto

Come in un normale ferragosto qualunque, stamattina ci siamo svegliati di buon ora, le 7, abbiamo fatto colazione, messo su la lavatrice e poi l’asciugatrice.

Lavi sta finendo di leggere un libro sdraiata sul letto, io bazzico in giro per la rete.

Tra un paio d’ore il check-out dall’ostello e poi l’ultima giornata in strada a Vancouver, anche se molto probabilmente la passeremo a Stanley Park. Un ultima birra ghiacciata con “iceberg brain”, e poi la corsa in aeroporto per l’ultima parte del nostro viaggio: Santo Domingo.

Ieri sera, a nostro modo, abbiamo anche festeggiato il ferragosto in un bellissimo pub irlandese a Downtown Vancouver. Era dai tempi del Johnny Fox che non andavamo in un pub irlandese pieno di gente fuori dagli appuntamenti comandati. Bellissima gente. Tantissima gente. Ambiente giusto. Camerieri in gonnellino nero, cameriere in gonnellino scozzese. Cosa si vuole di più?

Certo è che non avevo mai visto il controllo al metal detector per entrare in un pub e nemmeno il controllo documenti, qui infatti sotto i 19 anni non si beve e non si entra. A dispetto però di tutte questi controlli, l’impressione è quella di una vita assolutamente inquadrata in regole ferree e in quei pochi momenti, vedi il sabato sera, adibiti a divertimento, la regola è che non ci sono regole.

E’ come se si dovesse recuperare il tempo perduto. Non so, mi lascia sempre un po’ perplesso questo modo di fare. E’ anche vero che almeno qui le regole le fanno rispettano non come da noi dove le regole sono fatte solo per essere infrante, però diciamo, una via di mezzo forse sarebbe l’ottimale. Ma sono solo pensieri da domenica mattina questi.

Buon ferragosto a tutti ed arrivederci a presto.

Lunar land

Il bello dell’improvvisazione è che all’ultimo secondo puoi sempre stravolgere i tuoi piani. Eccoci quindi a Whistler dopo oltre 700 chilometri e 10 ore di macchina.
Dopo una provvidenziale colazione a base di uova strapazzate, pan cake, salsicce, prosciutto affumicato e bacon, siamo pronti per affrontare questa giornata di macchina. Lasciamo Jasper che sono da poco passate le 8 con un cielo ancora plumbeo che non promette niente di buono in direzione ovest sulla 16. Dopo poche decine di chilometri lasciamo definitivamente il parco e con lui il nostro cuore e la nostra promessa di tornare. Giunti nel Mt. Robson National Park imbocchiamo la highway 5 in direzione sud verso Kamloops, nostra attuale destinazione, con l’intento di fermarci una notte e spezzare il viaggio di ritorno in due tappe.

Percorriamo questi 320 chilometri circa senza praticamente incontrare mai nessuno, è decisamente diverso il traffico rispetto all’highway 1, anche qui il paesaggio non cambia di molto nonostante la valle sia più chiusa rispetto a quelle che abbiamo percorso nei giorni passati. Foreste, fiumi e montagne. Ogni tanto, e dico solo ogni tanto, incappiamo in qualche abitato composto da poche case, una pompa di benzina, l’immancabile campground e qualche negozietto/food. Ci assale un po’ di tristezza a pensare a come deve vivere questa gente. Non capiamo dove possano lavorare se la prima opportunità di lavoro la vediamo a centinaia di chilometri di distanza. Il cielo grigio non aiuta a mitigare queste sensazioni.
Finalmente giungiamo a Kamloops che è quasi l’una. Decidiamo quindi, visto che il tempo a disposizione non è tanto, di non fermarci e di puntare direttamente verso Whistler. Kamploos appare come una città messicana. Adagiata in una conca senza uno sputo di verde e completamente circondata da terra bruciata. Non riusciamo a capire come in così pochi chilometri ci siano delle differenze così forti nell’ambiente circostante. La periferia è a dir poco inguardabile. Proseguiamo senza indugi verso sud-ovest e dopo pochi chilometri ci ritroviamo in una sorta di terra di nessuno. Colline a perdita d’occhio completamente brulle. Solo ogni tanto qualche macchia di pini arsi da un fuoco passato, decora il paesaggio.

Siamo sicuri di essere ancora in Canada?
L’highway 99 assomiglia molto ad una delle nostre statali perse nel nulla. Asfalto pessimo. Paesaggio inguardabile. Qualche baracca persa nel nulla e abitata non sappiamo bene da quale tipo di masochista. Qui tutto è lontano da tutto. Un wc chimico capeggia in mezzo ad un campo. Cosa ci starà poi a fare là? Ma soprattutto, chi lo verrà a vuotare? Qualche eroico contadino tenta di coltivare questa terra e in fondo alla valle dove scorre l’ennesimo fiume, scorgiamo appezzamenti verdi che risaltano in maniera contrastante con il marrone predominante che li circonda. Quando crediamo di aver visto di tutto dobbiamo ricrederci. Infatti dopo un quasi 80 chilometri di paesaggio pressoché identico, ci ritroviamo, dopo aver scollinato, in una valle strettissima nella quale il paesaggio è a dir poco lunare. Una gola profondissima ospita un fiume in piena e capiamo dalle forme della roccia che in un passato lontano qui la forza della natura non solo ha modellato quello che noi vediamo oggi, ma lo ha ribaltato completamente.
La roccia in innumerevoli punti mostra il lavoro incessante e distruttivo delle acque in piena, nemmeno un filo d’erba spunta da questa terra che sembra maledetta. Ma nonostante tutto, qualche comunità si è radicata in questo territorio dimenticato da dio. Questo è un orrido che perfino a Dante avrebbe fatto paura.

Continuiamo incessantemente a scendere verso il basso, non abbiamo altre parole per descrivere il paesaggio che stiamo attraversando. Finalmente giungiamo a Lillooet dove dopo una discesa interminabile negli abissi, cominciamo un salita irta su una strada incredibilmente ripida a tortuosa che si arrampica caparbia sulle pendici di un monte di cui ignoriamo l’identità , ma ad ogni salita risponde sempre una discesa e dopo una quarantina di chilometri tra curve e tornanti scolliniamo in quella che è una discesa che oscilla tra l’11 e il 15 percento. La valle si apre e torna a lussureggiare il verde dei pini. Un torrente semplicemente stupendo scorre nel senso opposto alla nostra marcia. Ci immaginiamo a bordo di canoe mentre facciamo rafting tra le rapide.
Siamo alle ultime battute di questo trasferimento che ci ha entusiasmato.
Solo quasi le 18 quando entriamo a Whistler, una cittadina, tra l’altro sede degli ultimi giochi olimpici invernali, che appare come un sogno dopo tanta brutalità della natura. Qui l’uomo ha costruito quello che la natura fa normalmente. Un paradiso per il turista. Un luogo nel quale tutto sembra uscito da una fiaba. Un posto come forse solo la montagna sa regalare.

Riposo e pensieri

Ultimo giorno a Jasper dedicato al riposo quasi forzato. Dopo la sveglia alle 6 per una gita turistica a caccia di animali, ci siamo rintanati in camera, complice anche la pioggia, per dormire un po’ e recuperare qualche energia in vista del rientro a Vancouver.

E’ tempo forse per qualche considerazione su questi giorni in terra canadese.
Come già avevamo letto sulla guida, abbiamo avuto modo di constatare l’estrema disponibilità e gentilezza dei canadesi, ad ogni livello. Dal semplice cameriere, al negoziante, al turista o al locale. Vi è un modo di accogliere l’altro che difficilmente ho visto in altre parti del mondo, ovviamente quelle visitate.
Non ho mai avvertito quella sorta di frenesia tipica italiana, nella quale tutto ruota intorno al lavoro e in pratica non rimane mai spazio nè tempo per se stessi. Qui invece mi è sembrato di vedere il contrario. Certo si lavora, ma forse si ha la consapevolezza che il lavoro non è tutto.
Probabilmente l’essere sempre così a stretto contatto con questa natura così imponente, pone dei limiti all’uomo che per sua natura cerca sempre di superare.
Qui posso dire che la natura vince. Qualche testa lungimirante ha capito che preservare questo “ben di dio” è decisamente più importante che dare comodità all’uomo.

Credo che raccontare questa natura sia difficile con le parole, il rischio è sempre quello di cadere nel banale e negli assoluti. Certo è che percorrendo questi parchi a prima vista si rimane sbalorditi dagli spettacoli che ad ogni angolo si possono ammirare. La grandiosità delle montagne. La vastità delle foreste. La varietà degli animali. Insomma, si è accecati da tanta quantità e qualità del panorama che forse non ci si ferma a pensare ad alcuni dettagli.
Proprio ieri pensavo alla distanza tra Lake Louise e Jasper, 253 chilometri, la stessa distanza che c’è tra Modena e Bolzano, ecco pensiamo all’A22 interamente immersa in una foresta di conifere e rinchiusa tra due muraglie e di roccia senza interruzioni. Solo facendo dei paragoni con situazioni a noi comuni ci si rende conto dei numeri di questa natura. E ovviamente dobbiamo pensare che questi sono solo una piccolissima parte di tutto il territorio.
Si comincia allora a capire gli spazi di questo paese che sono immensi. Ci si rende conto della vastità di queste foreste senza fine. Si comprende quindi quella bella sensazione di essere solo uno spettacolo di uno spettacolo più grande di noi. Quando guardiamo queste vette, queste catene montuose, e vorremmo essere la in cima per provare ancora una volta l’ebrezza della conquista, ci rendiamo conto che non esistono sentieri che portano su quella vetta.

Qui inizia l’avventura fatta anche di pericoli mortali. E’ una terra, che per chi vuole, sa regalare ancora il brivido dell’ignoto. Noi, nel nostro piccolo, ci siamo immersi in questa dimensione per quanto il tempo a disposizione lo permettesse, e la sensazione di essere soli e senza comunicazioni con il mondo è una sensazione nuova che ormai sulle nostre montagne abbiamo perso. A casa nostra basta scendere a valle e prima o poi si incontra una strada, un paese. Qui puoi anche scendere a valle, ma giunto in fondo troverai solo un fiume e poi foresta e ancora foresta e ancora foresta. Giri l’angolo e magari ti trovi faccia a faccia con un orso, i sentieri, quei pochi che ci sono, non sono assolutamente segnati. Bisogna sapersi orientare. Bisogna ritornare all’uso dei punti cardinali. Abituati come siamo alla segnaletica delle nostre montagne, ammetto che è stata dura per noi seguire i sentieri all’interno di una foresta o su per grippi decisamente impegnativi, sapendo solo che ad un certo numero di chilometri ci sarebbe stato un lago o una cascata. In mezzo? Beh venitelo a scoprire.

Wildlife

Ci svegliamo con una temperatura di tutto rispetto intorno ai 15 gradi, forse anche meno. Un bel sole illumina le vette dei monti intorno a noi nonostante dense nubi solchino il cielo. Dopo un rapida sosta dal fornaio imbocchiamo la 93 a ritroso rispetto a ieri con destinazione Columbia Icefield.
A pochi chilometri da Jasper però facciamo la nostra prima sosta nei pressi dell’Horseshow Lake, uno specchio d’acqua avvolto nel silenzio della mattina e completamente liscio come l’olio tanto che la parete rocciosa che ne delimita un lato, si rispecchia nelle sue acque. Semplicemente divino.

Riprendiamo la strada e a circa 50 chilometri da Jasper ci sono le Athabasca Falls. Sono delle cascate praticamente a livello della strada che gettano un volume d’acqua impressionante in un canion formatosi con la lenta erosione delle acque stesse. La forza impetuosa delle acque offre uno spettacolo tanto raro quanto terribile per forza e violenza.
Mancano solo 50 chilometri all’arrivo e il tempo pare guastarsi di nuovo. Nubi nere spazzate dal vento provengono da ovest e coprono pian piano le creste dei monti.
Ci lasciamo alle spalle molto velocemente le cascate e senza indugi puntiamo al ghiacciaio. Pian piano l’immensa foresta di conifere lascia spazio al letto del fiume già visto ieri. Oggi con un po’ di sole appare ancora di più grandioso e ci rendiamo conto che la strada che stiamo percorrendo probabilmente durante le piene viene completamente sommersa dall’acqua e dai detriti.

Finalmente giungiamo al Columbia Icefield. Non piove ma il cielo non promette niente di buono, inoltre la temperatura è veramente bassa complice un vento freddissimo che soffia teso sempre da ovest.
Ci incamminiamo in quella che un tempo, non molto per la verità , era la morena di questio ghiacciaio e che nei gli ultimi anni è regredito di qualche centinaio di metri. Dopo un avvallamento finalmente ci troviamo al cospetto con i ghiacchi incastrati in una conca di roccia dell’Athabasca Glacier. Ci fermiamo giusto il tempo per una scorrazzata fino alla lingua del ghiacciaio poi il tempo inclemente ci spinge nuovamente in macchina.

Durante il rientro facciamo una brevissima sosta alle Sunwapta Falls dove finalmente avvistiamo il nostro primo Black Bear con relativa isteria e fuggi fuggi di persone. In effetti questo ragazzetto ha delle misure importanti ma non certo imponente. Altra sosta dopo pochi chilometri sulle rive di tre laghi tra loro vicinissimi il Buck Lake, l’Osprey Lake e l’Honeymoon Lake. Lo spettacolo delle acque non finisce mai di stupirci per la sua bellezza.
Siamo a Jasper che sono appena le 3 e decidiamo quindi di fare una scappata al Maligne Lake che si trova a circa 50 chilometri da Jasper verso nord est.

Appena imboccata l’omonima strada, Maligne Road, ci imbattiamo in un orda di turisti che abbandonate le loro auto scorrazzano in un prato. Segno sicuro che c’è qualche animale. Infatti un intero branco di cervi femmine con i loro piccoli è intenta a mangiare ignorando quasi completamente l’orda di umani che in preda a crisi mistiche li assedia. 10 minuti di foto e si continua, ma appena dopo 5 minuti siamo di nuovo fermi. Infatti un enorme cervo maschio di 5 anni se ne sta beato a bordo strada a mangiare erba e fogliamo, uno spettacolo veramente stupendo. Sosta di rito per foto e ripartenza.

Impieghiamo quasi un’ora a raggiungere il lago e siamo veramente stanchi, ci affacciamo appena alle sue acque che decidiamo che per oggi ne abbiamo avuto abbastanza. Questa valle è comunque stupenda e merita domani una ripassata.
Sulla via del ritorno però il caso e l’occhio vigile di Lavi scorge un piccolo Black Bear a bordo strada intendo a mangiare bacche. Stop immediato. Il cucciolo, o quello che a noi appare un cucciolo, è a pochi centimetri dalla macchina e possiamo ammirare la bellezza di questo animale così temuto. Noi siamo emozionatissimi lui invece non si fa distrarre dalla sua attività mangereggia. Non facciamo in tempo a ripartire che siamo di nuovo fermi, un altro piccolo Black Bear, questa volta al di la del Maligne River, è intento a banchettare.

Che dire, siamo semplicemente entusiasti.
Rientriamo in albergo contenti e con il cuore leggero, finalmente un po’ di sana e vera wildlife oltre ai cartelli avvisatori ci voleva.

Icefields Parkway

Oggi è giornata di trasferimento e la sveglia, come del resto ha sempre fatto, suona piuttosto presto.
Lasciamo Banff che sono le 8 in punto, il pieno di carburante lo abbiamo fatto, il cibo per il pranzo lo abbiamo comprato, non ci resta che partire.
La giornata non promette niente di buono, come ieri, nuvoloni grigio nero si affollano all’orizzonte proprio nella nostra direzione. Ci siamo ripromessi di sfruttura la tappa di trasferimento per fare alcune soste per visitare posti che altrimenti nei giorni scorsi sarebbero risultati troppo lontani.
Ci lasciamo alle spalle i primi 45 chilometri che separano Banff da Lake Louise e ci immettiamo sulla strada 93, la famosissima Icefield Parkway.
Questa strada, aperta solo da maggio ad ottobre, è lunga 253 chilometri, ed è la mecca per gli amanti della natura, collega infatti i due parchi di maggior richiamo, quello di Banff e quello di Jasper.

I primi 50 chilometri della 93 passano tranquilli, anche perchè un po’ già li conosciamo avendoli percorsi negli ultimi due giorni, il resto è tutto da scoprire. Peccato però che una pioggia insistente ci accompagna per quasi tutto il viaggio e le soste che avevamo programmato di fare in questo modo vengono ridotte al minimo.

Descrivere l’Icefield Parkway è cosa non semplice. Innanzitutto ovunque si guardi si rimane stupiti della vastità e della maoestosità degli elementi. La valle nella quale la strada è stata ricavata è delimitata costantemente da catene montuose che senza soluzione di continuità si susseguono l’una con l’altra. Dove finisce la roccia inizia la foresta di conifere, una distesa ai nostri occhi infinita, di verde. L’unico altro elemento sempre presente è l’acqua. Che sia un fiume, una cascata o un lago non importa, qui l’acqua si contende il suo spazio con gli alberi e la roccia.

Tra i passaggi più impressionanti siuramente quello che si incontra scendendo dal Columbia Icefield verso Jasper. Il paesaggio assume un aspetto quasi lunare nel quale, a fianco della strada, corre quello che pare un enorme letto di un fiume che durante la stagione del disgelo accoglie tutte le acque del versante che dai ghiacciai circostanti si riversano a valle. Cerchiamo di immaginare come deve essere in primavera quando un’enorme massa d’acqua limacciosa trasporta a valle tronchi, sassi e qualunque cosa si trovi sulla sua strada. La pioggia e la luce scura non fanno che acuire questa sensazione di maestosità .
Veramente qui ci si sente solo un puntino nell’universo.
Finalmente, dopo 6 ore, arriviamo a Jasper dove pare tutto sold out. Fortunatamente troviamo un alloggio proprio a ridosso del centro cittadino, che altro non è che una strada costeggiata dalla ferrovia. Cittadina che ci appare fin da subito prettamente volta allo sfruttamento del turista, del resto qui è dura vivere di qualcosa di diverso.

Ogni 5 minuti passa un treno merci, mai visti di così lunghi, che con il loro caratteristico fischio riportano la mente a tempi passati. Con una lentezza impressionante le locomotive diesel si trascinano decine e decine di vagoni merci da est a ovest e viceversa. A vederli dall’alto sembrano muoversi in un plastico dal gran che appaiono piccole confrono all’ambiente circostante.
Qui continua a piovere anche se la temperatura si mantiene gradevole, speriamo che domani la meteo sia clemente.