Lunar land

Il bello dell’improvvisazione è che all’ultimo secondo puoi sempre stravolgere i tuoi piani. Eccoci quindi a Whistler dopo oltre 700 chilometri e 10 ore di macchina.
Dopo una provvidenziale colazione a base di uova strapazzate, pan cake, salsicce, prosciutto affumicato e bacon, siamo pronti per affrontare questa giornata di macchina. Lasciamo Jasper che sono da poco passate le 8 con un cielo ancora plumbeo che non promette niente di buono in direzione ovest sulla 16. Dopo poche decine di chilometri lasciamo definitivamente il parco e con lui il nostro cuore e la nostra promessa di tornare. Giunti nel Mt. Robson National Park imbocchiamo la highway 5 in direzione sud verso Kamloops, nostra attuale destinazione, con l’intento di fermarci una notte e spezzare il viaggio di ritorno in due tappe.

Percorriamo questi 320 chilometri circa senza praticamente incontrare mai nessuno, è decisamente diverso il traffico rispetto all’highway 1, anche qui il paesaggio non cambia di molto nonostante la valle sia più chiusa rispetto a quelle che abbiamo percorso nei giorni passati. Foreste, fiumi e montagne. Ogni tanto, e dico solo ogni tanto, incappiamo in qualche abitato composto da poche case, una pompa di benzina, l’immancabile campground e qualche negozietto/food. Ci assale un po’ di tristezza a pensare a come deve vivere questa gente. Non capiamo dove possano lavorare se la prima opportunità di lavoro la vediamo a centinaia di chilometri di distanza. Il cielo grigio non aiuta a mitigare queste sensazioni.
Finalmente giungiamo a Kamloops che è quasi l’una. Decidiamo quindi, visto che il tempo a disposizione non è tanto, di non fermarci e di puntare direttamente verso Whistler. Kamploos appare come una città messicana. Adagiata in una conca senza uno sputo di verde e completamente circondata da terra bruciata. Non riusciamo a capire come in così pochi chilometri ci siano delle differenze così forti nell’ambiente circostante. La periferia è a dir poco inguardabile. Proseguiamo senza indugi verso sud-ovest e dopo pochi chilometri ci ritroviamo in una sorta di terra di nessuno. Colline a perdita d’occhio completamente brulle. Solo ogni tanto qualche macchia di pini arsi da un fuoco passato, decora il paesaggio.

Siamo sicuri di essere ancora in Canada?
L’highway 99 assomiglia molto ad una delle nostre statali perse nel nulla. Asfalto pessimo. Paesaggio inguardabile. Qualche baracca persa nel nulla e abitata non sappiamo bene da quale tipo di masochista. Qui tutto è lontano da tutto. Un wc chimico capeggia in mezzo ad un campo. Cosa ci starà poi a fare là? Ma soprattutto, chi lo verrà a vuotare? Qualche eroico contadino tenta di coltivare questa terra e in fondo alla valle dove scorre l’ennesimo fiume, scorgiamo appezzamenti verdi che risaltano in maniera contrastante con il marrone predominante che li circonda. Quando crediamo di aver visto di tutto dobbiamo ricrederci. Infatti dopo un quasi 80 chilometri di paesaggio pressoché identico, ci ritroviamo, dopo aver scollinato, in una valle strettissima nella quale il paesaggio è a dir poco lunare. Una gola profondissima ospita un fiume in piena e capiamo dalle forme della roccia che in un passato lontano qui la forza della natura non solo ha modellato quello che noi vediamo oggi, ma lo ha ribaltato completamente.
La roccia in innumerevoli punti mostra il lavoro incessante e distruttivo delle acque in piena, nemmeno un filo d’erba spunta da questa terra che sembra maledetta. Ma nonostante tutto, qualche comunità si è radicata in questo territorio dimenticato da dio. Questo è un orrido che perfino a Dante avrebbe fatto paura.

Continuiamo incessantemente a scendere verso il basso, non abbiamo altre parole per descrivere il paesaggio che stiamo attraversando. Finalmente giungiamo a Lillooet dove dopo una discesa interminabile negli abissi, cominciamo un salita irta su una strada incredibilmente ripida a tortuosa che si arrampica caparbia sulle pendici di un monte di cui ignoriamo l’identità , ma ad ogni salita risponde sempre una discesa e dopo una quarantina di chilometri tra curve e tornanti scolliniamo in quella che è una discesa che oscilla tra l’11 e il 15 percento. La valle si apre e torna a lussureggiare il verde dei pini. Un torrente semplicemente stupendo scorre nel senso opposto alla nostra marcia. Ci immaginiamo a bordo di canoe mentre facciamo rafting tra le rapide.
Siamo alle ultime battute di questo trasferimento che ci ha entusiasmato.
Solo quasi le 18 quando entriamo a Whistler, una cittadina, tra l’altro sede degli ultimi giochi olimpici invernali, che appare come un sogno dopo tanta brutalità della natura. Qui l’uomo ha costruito quello che la natura fa normalmente. Un paradiso per il turista. Un luogo nel quale tutto sembra uscito da una fiaba. Un posto come forse solo la montagna sa regalare.

Riposo e pensieri

Ultimo giorno a Jasper dedicato al riposo quasi forzato. Dopo la sveglia alle 6 per una gita turistica a caccia di animali, ci siamo rintanati in camera, complice anche la pioggia, per dormire un po’ e recuperare qualche energia in vista del rientro a Vancouver.

E’ tempo forse per qualche considerazione su questi giorni in terra canadese.
Come già avevamo letto sulla guida, abbiamo avuto modo di constatare l’estrema disponibilità e gentilezza dei canadesi, ad ogni livello. Dal semplice cameriere, al negoziante, al turista o al locale. Vi è un modo di accogliere l’altro che difficilmente ho visto in altre parti del mondo, ovviamente quelle visitate.
Non ho mai avvertito quella sorta di frenesia tipica italiana, nella quale tutto ruota intorno al lavoro e in pratica non rimane mai spazio nè tempo per se stessi. Qui invece mi è sembrato di vedere il contrario. Certo si lavora, ma forse si ha la consapevolezza che il lavoro non è tutto.
Probabilmente l’essere sempre così a stretto contatto con questa natura così imponente, pone dei limiti all’uomo che per sua natura cerca sempre di superare.
Qui posso dire che la natura vince. Qualche testa lungimirante ha capito che preservare questo “ben di dio” è decisamente più importante che dare comodità all’uomo.

Credo che raccontare questa natura sia difficile con le parole, il rischio è sempre quello di cadere nel banale e negli assoluti. Certo è che percorrendo questi parchi a prima vista si rimane sbalorditi dagli spettacoli che ad ogni angolo si possono ammirare. La grandiosità delle montagne. La vastità delle foreste. La varietà degli animali. Insomma, si è accecati da tanta quantità e qualità del panorama che forse non ci si ferma a pensare ad alcuni dettagli.
Proprio ieri pensavo alla distanza tra Lake Louise e Jasper, 253 chilometri, la stessa distanza che c’è tra Modena e Bolzano, ecco pensiamo all’A22 interamente immersa in una foresta di conifere e rinchiusa tra due muraglie e di roccia senza interruzioni. Solo facendo dei paragoni con situazioni a noi comuni ci si rende conto dei numeri di questa natura. E ovviamente dobbiamo pensare che questi sono solo una piccolissima parte di tutto il territorio.
Si comincia allora a capire gli spazi di questo paese che sono immensi. Ci si rende conto della vastità di queste foreste senza fine. Si comprende quindi quella bella sensazione di essere solo uno spettacolo di uno spettacolo più grande di noi. Quando guardiamo queste vette, queste catene montuose, e vorremmo essere la in cima per provare ancora una volta l’ebrezza della conquista, ci rendiamo conto che non esistono sentieri che portano su quella vetta.

Qui inizia l’avventura fatta anche di pericoli mortali. E’ una terra, che per chi vuole, sa regalare ancora il brivido dell’ignoto. Noi, nel nostro piccolo, ci siamo immersi in questa dimensione per quanto il tempo a disposizione lo permettesse, e la sensazione di essere soli e senza comunicazioni con il mondo è una sensazione nuova che ormai sulle nostre montagne abbiamo perso. A casa nostra basta scendere a valle e prima o poi si incontra una strada, un paese. Qui puoi anche scendere a valle, ma giunto in fondo troverai solo un fiume e poi foresta e ancora foresta e ancora foresta. Giri l’angolo e magari ti trovi faccia a faccia con un orso, i sentieri, quei pochi che ci sono, non sono assolutamente segnati. Bisogna sapersi orientare. Bisogna ritornare all’uso dei punti cardinali. Abituati come siamo alla segnaletica delle nostre montagne, ammetto che è stata dura per noi seguire i sentieri all’interno di una foresta o su per grippi decisamente impegnativi, sapendo solo che ad un certo numero di chilometri ci sarebbe stato un lago o una cascata. In mezzo? Beh venitelo a scoprire.

Wildlife

Ci svegliamo con una temperatura di tutto rispetto intorno ai 15 gradi, forse anche meno. Un bel sole illumina le vette dei monti intorno a noi nonostante dense nubi solchino il cielo. Dopo un rapida sosta dal fornaio imbocchiamo la 93 a ritroso rispetto a ieri con destinazione Columbia Icefield.
A pochi chilometri da Jasper però facciamo la nostra prima sosta nei pressi dell’Horseshow Lake, uno specchio d’acqua avvolto nel silenzio della mattina e completamente liscio come l’olio tanto che la parete rocciosa che ne delimita un lato, si rispecchia nelle sue acque. Semplicemente divino.

Riprendiamo la strada e a circa 50 chilometri da Jasper ci sono le Athabasca Falls. Sono delle cascate praticamente a livello della strada che gettano un volume d’acqua impressionante in un canion formatosi con la lenta erosione delle acque stesse. La forza impetuosa delle acque offre uno spettacolo tanto raro quanto terribile per forza e violenza.
Mancano solo 50 chilometri all’arrivo e il tempo pare guastarsi di nuovo. Nubi nere spazzate dal vento provengono da ovest e coprono pian piano le creste dei monti.
Ci lasciamo alle spalle molto velocemente le cascate e senza indugi puntiamo al ghiacciaio. Pian piano l’immensa foresta di conifere lascia spazio al letto del fiume già visto ieri. Oggi con un po’ di sole appare ancora di più grandioso e ci rendiamo conto che la strada che stiamo percorrendo probabilmente durante le piene viene completamente sommersa dall’acqua e dai detriti.

Finalmente giungiamo al Columbia Icefield. Non piove ma il cielo non promette niente di buono, inoltre la temperatura è veramente bassa complice un vento freddissimo che soffia teso sempre da ovest.
Ci incamminiamo in quella che un tempo, non molto per la verità , era la morena di questio ghiacciaio e che nei gli ultimi anni è regredito di qualche centinaio di metri. Dopo un avvallamento finalmente ci troviamo al cospetto con i ghiacchi incastrati in una conca di roccia dell’Athabasca Glacier. Ci fermiamo giusto il tempo per una scorrazzata fino alla lingua del ghiacciaio poi il tempo inclemente ci spinge nuovamente in macchina.

Durante il rientro facciamo una brevissima sosta alle Sunwapta Falls dove finalmente avvistiamo il nostro primo Black Bear con relativa isteria e fuggi fuggi di persone. In effetti questo ragazzetto ha delle misure importanti ma non certo imponente. Altra sosta dopo pochi chilometri sulle rive di tre laghi tra loro vicinissimi il Buck Lake, l’Osprey Lake e l’Honeymoon Lake. Lo spettacolo delle acque non finisce mai di stupirci per la sua bellezza.
Siamo a Jasper che sono appena le 3 e decidiamo quindi di fare una scappata al Maligne Lake che si trova a circa 50 chilometri da Jasper verso nord est.

Appena imboccata l’omonima strada, Maligne Road, ci imbattiamo in un orda di turisti che abbandonate le loro auto scorrazzano in un prato. Segno sicuro che c’è qualche animale. Infatti un intero branco di cervi femmine con i loro piccoli è intenta a mangiare ignorando quasi completamente l’orda di umani che in preda a crisi mistiche li assedia. 10 minuti di foto e si continua, ma appena dopo 5 minuti siamo di nuovo fermi. Infatti un enorme cervo maschio di 5 anni se ne sta beato a bordo strada a mangiare erba e fogliamo, uno spettacolo veramente stupendo. Sosta di rito per foto e ripartenza.

Impieghiamo quasi un’ora a raggiungere il lago e siamo veramente stanchi, ci affacciamo appena alle sue acque che decidiamo che per oggi ne abbiamo avuto abbastanza. Questa valle è comunque stupenda e merita domani una ripassata.
Sulla via del ritorno però il caso e l’occhio vigile di Lavi scorge un piccolo Black Bear a bordo strada intendo a mangiare bacche. Stop immediato. Il cucciolo, o quello che a noi appare un cucciolo, è a pochi centimetri dalla macchina e possiamo ammirare la bellezza di questo animale così temuto. Noi siamo emozionatissimi lui invece non si fa distrarre dalla sua attività mangereggia. Non facciamo in tempo a ripartire che siamo di nuovo fermi, un altro piccolo Black Bear, questa volta al di la del Maligne River, è intento a banchettare.

Che dire, siamo semplicemente entusiasti.
Rientriamo in albergo contenti e con il cuore leggero, finalmente un po’ di sana e vera wildlife oltre ai cartelli avvisatori ci voleva.

Icefields Parkway

Oggi è giornata di trasferimento e la sveglia, come del resto ha sempre fatto, suona piuttosto presto.
Lasciamo Banff che sono le 8 in punto, il pieno di carburante lo abbiamo fatto, il cibo per il pranzo lo abbiamo comprato, non ci resta che partire.
La giornata non promette niente di buono, come ieri, nuvoloni grigio nero si affollano all’orizzonte proprio nella nostra direzione. Ci siamo ripromessi di sfruttura la tappa di trasferimento per fare alcune soste per visitare posti che altrimenti nei giorni scorsi sarebbero risultati troppo lontani.
Ci lasciamo alle spalle i primi 45 chilometri che separano Banff da Lake Louise e ci immettiamo sulla strada 93, la famosissima Icefield Parkway.
Questa strada, aperta solo da maggio ad ottobre, è lunga 253 chilometri, ed è la mecca per gli amanti della natura, collega infatti i due parchi di maggior richiamo, quello di Banff e quello di Jasper.

I primi 50 chilometri della 93 passano tranquilli, anche perchè un po’ già li conosciamo avendoli percorsi negli ultimi due giorni, il resto è tutto da scoprire. Peccato però che una pioggia insistente ci accompagna per quasi tutto il viaggio e le soste che avevamo programmato di fare in questo modo vengono ridotte al minimo.

Descrivere l’Icefield Parkway è cosa non semplice. Innanzitutto ovunque si guardi si rimane stupiti della vastità e della maoestosità degli elementi. La valle nella quale la strada è stata ricavata è delimitata costantemente da catene montuose che senza soluzione di continuità si susseguono l’una con l’altra. Dove finisce la roccia inizia la foresta di conifere, una distesa ai nostri occhi infinita, di verde. L’unico altro elemento sempre presente è l’acqua. Che sia un fiume, una cascata o un lago non importa, qui l’acqua si contende il suo spazio con gli alberi e la roccia.

Tra i passaggi più impressionanti siuramente quello che si incontra scendendo dal Columbia Icefield verso Jasper. Il paesaggio assume un aspetto quasi lunare nel quale, a fianco della strada, corre quello che pare un enorme letto di un fiume che durante la stagione del disgelo accoglie tutte le acque del versante che dai ghiacciai circostanti si riversano a valle. Cerchiamo di immaginare come deve essere in primavera quando un’enorme massa d’acqua limacciosa trasporta a valle tronchi, sassi e qualunque cosa si trovi sulla sua strada. La pioggia e la luce scura non fanno che acuire questa sensazione di maestosità .
Veramente qui ci si sente solo un puntino nell’universo.
Finalmente, dopo 6 ore, arriviamo a Jasper dove pare tutto sold out. Fortunatamente troviamo un alloggio proprio a ridosso del centro cittadino, che altro non è che una strada costeggiata dalla ferrovia. Cittadina che ci appare fin da subito prettamente volta allo sfruttamento del turista, del resto qui è dura vivere di qualcosa di diverso.

Ogni 5 minuti passa un treno merci, mai visti di così lunghi, che con il loro caratteristico fischio riportano la mente a tempi passati. Con una lentezza impressionante le locomotive diesel si trascinano decine e decine di vagoni merci da est a ovest e viceversa. A vederli dall’alto sembrano muoversi in un plastico dal gran che appaiono piccole confrono all’ambiente circostante.
Qui continua a piovere anche se la temperatura si mantiene gradevole, speriamo che domani la meteo sia clemente.

Wildlife

Giornata incerta quella di oggi. Sono le 6,30 quando ci svegliamo con un pallido sole che illumina le vette circostanti. Usciamo e la temperatura è decisamente frizzante. Ci dirigiamo ancora una volta verso Jasper in particolare verso il Bow Lake perchè ieri ho perso una foto super e va recuperata. Arrivati al lago però scopriamo che il cattivo tempo ha rovinato i nostri piani e con la coda fra le gambe proseguiamo con il programma. Ieri infatti nei pressi delle Takakkaw Falls abbiamo visto un sentiero che porta a Yoho Lake.

Attacchiamo la salita che sono le 10 in punto e si comincia subito a scarpinare, il sentiero infatti sale con un zig zag piuttosto impegnativo attraverso la foresta di pini. L’umidità è altissima e il sole che spesso buca le nubi non fa che aumentare la sensazione di calura.

In poco più di 2 ore e mezza copriamo i 4km che portano al lago. La temperatura è di colpo scesa e nubi minacciose corrono veloci sulle cime che ci sovrastano, facciamo infatti appena in tempo a mangiare un panino che cominciano a scendere le prime gocce. Gocce che ben presto aumentano di intensità fino a trasformarsi in grandine.
Non è certo una bella esperienza scendere da una montagna sotto una grandinata. I tuoni minacciosi fanno sentire la loro voce. Un velo di preoccupazione accompagna la discesa, ma fortunatamente dopo una mezzora i fenomeni cessano e possiamo rientrare al parcheggio sbeffeggiando la meteo.
Siamo contenti e soddisfatti di questa escursione, anche se la mancanza pressochè totale di informazioni sui sentieri e sulla loro durata non è certo il massimo sopratutto in questo ambiente così vasto.

Oggi poi finalmente abbiamo fatto la nostra prima esperienza di wildlife, infatti qualche centinaio di metri prima del Yoho Lake, appena svoltato da una curva, ci ritroviamo faccia a faccia un giovane cervo maschio. Ci guardiamo a vicenda. Ci separano si e no 10 metri. Lui tranquillo ci fissa e poi come se niente fosse sgambetta nel ruscello a fianco del sentiro per abbeverarsi. Il cuore è colmo di gioia. L’incontro con la fauna selvatica in ambiente è quanto di meglio si possa chiedere a questa natura già di per se maestosa ed imponente.

Endless!!!

Non si parla mai degli assenti, quindi parlerà dei presenti.
Innanzitutto è difficile trovare degli aggettivi che descrivano quello che abbiamo visto oggi, aggettivi che non siano scontati e che rendano un’idea chiara dei luoghi, dei colori, degli odori.
Partiamo allora con il raccontare che questa mattina come da programma ci siamo svegliati alle 7. Sosta immediata al distributore per il pieno e per acquisti di prima necessità tipo panini per il pranzo, acqua ecc., tanto ovunque vendono di tutto quindi inutile affannarsi a cercare un posto diverso.

La prima cosa che bisogna capire e bisogna farsi entrare in testa è che qui le distanze sono assurde. Primo obiettivo della giornata è il Peyto Lake a soli 100 chilometri da Banff, finalmente entriamo nel cuore del parco naturale e finalmente si vede qualche ranger controllare i pass di accesso. La vastità di questi ambienti è incredibile e difficile da raccontare se non vedendoli di persona. Ci sono tre cose che sono comuni a tutti questi ambienti: la foresta, la roccia e l’assenza dell’uomo.

La strada, o più correttamente, l’Icefields Parkway che porta da Lake Louise a Jasper è la strada per eccellenza, nei prossimi giorni vivremo in pratica su questa strada, ma oggi è la prima volta che ne percorriamo qualche chilometro. Grandi avvertimenti sulla fauna selvatica ci accolgono all’ingresso, siamo speranzosi, un orsetto ci piacerebbe proprio vederlo.

I primi 50 chilometri di questa valle si sviluppano tra due catene montuose impressionanti. Ad ovest spiccano i ghiacciai alla cui base si trovano innumerevoli laghi di ovvia origine glaciale, ad est un barriera di roccia altissima che senza soluzione di continuità si sviluppa parallelamente alla nostra direzione di marcia. In mezzo? Un’unica grande foresta di pini nella quale la nostra strada pare un elemento assurdamente estraneo. Una striscia grigia che si perde l’orizzonte.

In un’ora abbondante siamo a Peyto. No comment.
Da qui pian piano ci riavviciniamo a Lake Louise fermandoci ogni qual volta lo riteniamo opportuno.
Bow Lake, Bow Glacier e Bow Glacier Falls. No comment.

Herbert Lake. No Comment.
Raggiunta Lake Louise riprendiamo la Trans Canada Highway 1 verso ovest destinazione Field e le Takakkaw Falls. No comment.
Di nuovo verso ovest. Moraine Lake e Lake Louise. No comment.
Rientriamo a Banff che sono le 8 passate e con oltre 300 chilometri sul groppone. Siamo stremati, questa sera cena in ostello e aggiornamento diario di bordo.

Sono già passate le 11 ed è ora di dormire, domani sveglia alle 6,30 per un’altra maratona.

Banff, tutto qui?

Oggi ci attendono quasi 500 chilometri di strada prima di raggiungere il cuore del parco nazionale di Banff in Alberta. La strada dritta ed interminabile si snoda in un paesaggio che di chilometro in chilometro cambia in continuazione, finalmente si vede qualche montagna degna di questo nome e lentamente le betulle lasciano il posto ai pini.

Dopo un paio d’ore dalla partenza ci fermiamo per un caffè nella piccola cittadina di Revelstoke, ci sembra di avere tantissimo tempo a nostra disposizione, ma scopiamo ben presto che non è così. Finalmente raggiungiamo Rogers Pass (1330 mt.) e da qui in un ora abbondante siamo a Golden. Sono già le 2 del pomeriggio e decidiamo di fermarci a mangiare un boccone.
Inutile sottolineare che per quanto si mangi veloce alla fine 30-40 minuti vanno via.
Ripartiamo di gran carriera, del resto qui nessuno rispetta il limite che varia tra i 70 ed i 90 km/h, e raggiungiamo Field che sono circa le 4. Intorno ai noi ormai abbiamo solo montagne e distese pare senza fine di foreste di pini. Dato che la notte è già prenotata e mancano poco più di 140 chilometri a Banff, decidiamo di fare un piccola sosta presso l’Emerald Lake.

Il nome ovviamente la dice tutta ed è assolutamente adeguato allo spettacolo che ci ritroviamo davanti quando, dopo aver lasciato l’highway, parcheggiamo nei pressi del lago.

Lo spettacolo è mozzafiato ed i colori sono onestamente a noi sconosciuti, siamo galvanizzati e ci spariamo anche tutto il giro del lago a piedi. Tra un foto e l’altra bruciamo un’altra oretta. Proprio mentre torniamo al parcheggio veniamo assaliti dall’immancabile ressa di giapponesi appena sbarcati da una corriera, sembra delle formiche impazzite.
Siamo contenti, ma in fondo c’è qualcosa che non ci convince. Insomma ci aspettavamo “qualcosa di più″ che in questo momento facciamo fatica a scorgere…

Gli ultimi 100 chilometri sono lunghissimi e continuamente interrotti dai lavori in corso che in queste zone possono fare solo da giugno a fine settembre, dopo si chiude per neve.
Banff ci accoglie al tromonto dominata da una montagna che pare un tavoliere inclinato di 45 gradi. Imponente ed impressionante.

E’ una cittadina relativamente giovane di inizio ottocento che pullula di turisti. Dopo esserci sistemati in ostello, scendiamo in città per cenare e farci una piccola vasca per il centro che altri non è che un’unica via principale costellata di tutto quello che si può trovare. Dai ristoranti ai negozi di souvenir, dai caffè ai club di biliardo, dai fastfood ai negozi di abbigliamento. Insomma in 500 metri c’è tutto quello di cui si ha bisogno.
Il vero problema di Banff e forse anche di altri posti che abbiamo visto, è che sono nuovi. Sembrerà  strano da sentire, ma facendo un paragone con le nostre località  montane di parigrado, Banff sembra fatta ieri. Nessun edificio mostra i segni del tempo. Pare un film.

On the way to the Rockies

La cronaca di oggi se vogliamo può essere considerata abbastanza noiosa. Tappa di trasferimento verso le Rockies da Vancouver. Il primo obiettivo è Banff che dista circa 900 chilometri, distanza impossibile da percorrere in un’unica giornata considerando le strade a disposizione ed i limiti di velocità. Abbiamo in verità già da tempo deciso di dividere in due tappe questo trasferimento e di fermarci circa a metà strada nei pressi di Chase.
Partiamo che è mezzogiorno preciso da Downtown Vancover e subito capiamo che i segnali stradali ci daranno un bel po’ da fare sopratutto i nomi delle vie che ad ogni intersezione compaiono vicini all’immancabile semaforo. Sì perchè qui i semafori crescono più dei funghi e noi che ormai ce li siamo quasi dimenticati in favore delle rotonde, cominciamo a spazientirci dopo pochi chilometri. Uscire da Vancouver sembra quasi impossibile, nonostante ci siamo lasciati alle spalle Downtown, la periferia pare interminabile. Fosse almeno bella!
Procediamo sulla statale fino ad incrociare la Freeway 1 nella quale di buttiamo a capofitto. Sono già le due del pomeriggio e il tempo vola considerando che abbiamo a mala pena fatto cento chilometri. Urge però rifocillarsi e nei pressi di Chilliwack ci fermiamo in una “restoration area” che in pratica assomiglia un po’ ai nostri autogrill solo che qui puoi trovare di tutto o di niente, dipende un po’ dal culo che hai. Noi troviamo un localino modello Saloon nel quale pare di essere catapultati in un film americano degli anni 50.
La signora che si aggira per i tavoli per re-fill del caffè credo sia impagabile. Ci spazzoliamo un’insalata con pollo e qualche Pepsi e via che ci buttiamo a capofitto sulla strada.

Il paesaggio fino a questo momento è stato piuttosto monotono: una grande distesa di campi di granoturco intervallati dai tipici barns americani (bellissimi), sullo sfondo le onnipresenti montagne.
Montagne però che non preannunciano niente di buono, infatti il nero sopra di esse si fa sempre più compatto e minaccioso. Appena superato Hope ci imbattiamo in un vero e proprio nubifragio. Cinquanta chilometri percorsi con il tergicristallo al massimo su un asfalto pessimo e con decine di camion enormi che viaggiano a 120 km/h. Roba da pazzi.
Ma dopo ogni temporale torna sempre il bel tempo e passata la tempesta finalmente si sole si affaccia timido tra le nubi. Siamo a oltre 1500 metri di altitudine e questa Freeway a 4 corsie taglia in due questo spettacolo della natura. Scorgiamo un cartello che avverte di controllare il serbatoio perchè la prossima stazione di servizio dista solo 120 km. Intorno a noi non c’è nulla di umano, solo pini e vette che si alternano a dolci colline. L’acqua caduta abbondante evapora dando al panorama un aspetto onirico stupendo.
Finalmente intorno alle 18 raggiungiamo Kamloops, ormai mancano solo 30 chilometri circa all’arrivo ed è il momento di rilassarci un po’.
Qui stranamente il paesaggio è completamente diverso da quello incontrato finora, infatti nonostante la presenza massiccia di sempreverdi, si vede chiaramente che non c’è la benchè minima traccia di erba. La terra, tutta la terra qui sembra essere sabbiosa, come se non trattenesse acqua, è un contrasto veramente impressionante.
Panorama che poi inaspettatamente ricambia per divenire completamente verde dopo qualche chilometro. Pare tutto molto strano.
Raggiungiamo infine Chase e da qui mancano solo 10 chilometri alla località di Squillax, sede dell’ostello dove abbiamo prenotato questa notte.
Scopriamo però che Squillax, nonostante sia presente sulle cartine, è uno sputo che si esaurisce in un incrocio, è incredibile. In questo incrocio sta il nostro ostello o per lo meno colui che lo gestisce. Infatti il tutto è gestito all’interno di un “general store” che da fuori pare una catapecchia vecchia di 100 anni. Ci avviciniamo. La porta è chiusa.

Dopo un po’ ci apre una signora che ci fa entrare e ci fa sbrigare le pratiche burocratiche. Il posto è assolutamente uscito dal 1920 credo. L’interno di questo store di 20 metri quadrati èindescrivibile, spero domani mattina se avremo tempo di fare qualche foto. Ma il bello deve ancora venire, finite le questioni amministrative la signora di porta verso le nostre camere… scopriamo che le camere altro non sono che dei vagoni ferroviari di inizio 900, giuro che non ci credevo! In pratica ci sono 3 vagoni adibiti a dormitorio con 4 letti a castello ognuno e il gioco è fatto.

Immagino che questo Squilax in un lontano passato fosse tipo un junction o un depot di piccolissime dimensioni, oggi conserva veramente un non so che di altri tempi.
Che dire, bellissimo.

Matrioca

A volte quando viaggiamo ci sono giorni un po’ strani, giorni che magari non hanno niente a che vedere con il viaggio in se o giorni nei quali un unica parola o un unico avvenimento, sintetizzano tutto.

Oggi è stato uno di quei giorni.
Questa mattina, complice il fatto che dovevamo completare gli acquisti per le Rockies, abbiamo deciso di prendercela con calma, in più oggi in British Columbia è festa nazionale e come ogni giorno di festa i negozi aprono alle 11, ergo abbiamo dedicato un paio d’ore a lavatrici d’ordinanza, un po’ di lettura e altre amenità del genere.
Inoltre abbiamo constatato che siamo veramente stanchi, e come diceva Lavi stamattina, nella settimana di Bangkok non ci siamo assolutamente risparmiati quindi un po’ di tranquillità non guasta.

Ci incamminiamo con calma in direzione del centro commerciale e dopo qualche isolato mi rendo conto che la struttura di queste grandi città nord-americane in fondo è veramente banale. Infatti se uno la guarda dall’alto la città appare come una grandissima piattaforma dei Lego sulla quale sono stati impilati tanti mattoncini di colore diverso per dare forma a case e grattacieli, ecco fatto, è tutto qui.

Decine e decine di strade si intersecano a 90° creando tanti rettangoli e quadrati più o meno tutti simili, fa quasi impressione per me che sono cresciuto in una realtà di “curve” tutta questa perpendicolarità.
Ci aggiriamo instancabili, o quasi, in questo dedalo di vetro e cemento scoprendo angoli e strutture a noi sconosciute. Downtown Vancouver ormai è la nostra seconda casa.
Raggiungiamo il porto sede tra l’altro di uno degli uffici turistici della città e acquistiamo l’indispensabile pass per accedere ai parchi nazionali. Da domani infatti saremo on the road per 10 giorni circa.
Concluse queste incombenze sono solo le 4 del pomeriggio e di tornare in ostello non ne abbiamo voglia, come del resto di metterci a sedere in qualche bar o terrazza. Non so come ma Lavi lancia l’idea di tornare a Stanley Park che da dove siamo dista veramente tanto, ma avanti il tempo è nostro. Ci incamminiamo e dopo un ora scarsa raggiungiamo finalmente l’ingresso. Dire che siamo stanchi è poco, per fortuna la temperatura estremamente gradevole è dalla nostra.

In questo stato ormai spariamo cazzate a più non posso ed è proprio in questi momenti che noi due ci facciamo le risate più gustose. Ed ecco che appena entrati nel parco, veniamo accolti da un stormo di oche canadesi che se stanno beatamente adagiate sull’erba. Mai viste oche così grosse. E qui mi torna in mente una cosa che sentii tanto tempo fa a proposito del Thanksgiving day sul tacchino ripieno con una ocha ripieno con un pollo e nel pollo un uovo.

Nasce così la matrioca un nuovo piatto davvero speciale che ci accompagnerà per tutto il resto del viaggio e che probabilmente ricorderemo con fragorose risate ogni volta che in futuro ci ripenseremo.

Welcome to Vancouver

Risveglio lento, lento quello di questa mattina. Ieri notte dopo le 12 ore e passa di volo, siamo arrivati in ostello che era già passata la mezzanotte e la stanchezza si fa ancora sentire in queste prime ore della giornata.
Scopriamo con nostra sorpresa che la temperatura è più fresca di quello che ci aspettavamo, infatti i 15 gradi di questa mattina ci sono sembrati veramente pochi in confronto all’ultima settimana passata a Bangkok. Ma poco importa, gli acquisti che già avevamo in programma di fare nei prossimi giorni li anticipiamo ad oggi.
Lavi infatti è già andata in perlustrazione del quartiere e abbiamo già in pugno la situazione.
Alle 11 siamo al centro commerciale più vicino per lo shopping: jeans, felpe e scarpe. Un guardaroba praticamente nuovo a prezzi sicuramente molto interessanti.
Finiamo gli acquisti che è quasi l’una e dopo una corsa in ostello per cambiarci siamo di nuovo in strada per il Pride.

Oggi infatti è festa e anche se non ci è chiaro se questo pride sia dei gay o un semplice carnevale locale, noi ci mischiamo alla folla che assiste a quelli che sembrano dei “carri mascherati”, ma che poi a tutti gli effetti il più delle volte non sono altro che mezzi di trasporto allestiti per pubblicizzare qualche esercizio commerciale della città .

Finalmente spunta il sole e con lui anche temperature più gradevoli che ci portano a percorre il lungomare fino a Stanley Park, un’area verde enorme che noi nemmeno ce la sognamo. Spigozziamo un po’ tra uno sbadiglio e l’altro. Si sta veramente bene. Ci saranno 20 gradi con una leggera brezza marina e il sole che si staglia in un cielo limpido. Sembra il paradiso dopo il caos della settimana scorsa.
Per concludere poi il nostro giretto, rientriamo in città dalla parte opposta all’andata, percorrendo per quasi tutta la sua lunghezza Georgia Street. E’ impressionante vedere come pian piano ci avviciniamo al centro i condomini e le case lascino il posto ai grattaciali. Per noi in pratica sono una novità fonte di ammirazione. Ci chiediamo come possano essere città come New York o similari.

I rimasugli della parata sono ancora visibili per le strade ed orde di barbari mezzi nudi si aggirano per la Downtown urlando di gioia. Qui l’omosessualità quasi la si ostenta, sarà solo per oggi o tutti i giorni così?
Alle 9, dopo aver mangiato il primo vero burger non preconfezionato, siamo stesi a letti ma entusiasti.

Questo è veramente un bel posto, una di quelle città che ti portano a dire sì sarebbe bello vivere qui. Ma in fondo poi è tutto oro quello che luccica?