New York è un pozzo senza fondo

​New York è un pozzo senza fondo. E’ un buco nero che assorbe ogni cosa. Persone, oggetti, energie, emozioni, odori, anime, corpi. Qualunque cosa graviti ad una distanza inferiore a quella di sicurezza viene fagocitato dalla voracità di questa città.

In fondo a questo enorme buco nero mi immagino un enorme calderone agitato continuamente da una coppia di mani invisibili che, muovendo il mestolo della vita, amalgano in un’unica cloaca, l’accozzaglia indistinta di corpi che fin dalla sua fondazione ad opera degli olandesi si è riversata in queste lande. Vedo questo vortice ruotare incessantemente ad uso e consumo di pochi i quali, con le armi migliori che l’uomo ha mai inventato, attirano verso di loro il resto dell’umanità con la promessa del “paradiso”.
Il sogno americano del self made man rimane un sogno di pochi, anzi pochissimi, a discapito di tutti gli altri che, ingannati dolcemente, insistono in una corsa senza meta che altro scopo non ha se non bruciarli e consumarli dall’interno.
Mi aggiro tra le mille strade di questa città respirando ed assorbendo un misto di odori che rappresentano la quintessenza dell’occidente.
Una miscela orripilante di vapori di sudore, urina, gas di scarico, olio fritto, grassi disciolti e quant’altro che accomuna tutte le grandi metropoli occidentali, ma che qui trova la sua più alta e completa realizzazione.

Non c’è salvezza per nessuno in questo luogo. L’idea anche solo abbozzata di trovare qui un’ancora di salvezza o un trampolino di lancio è pura follia.
Io, che sono costantemente spinto nella direzione dell’isolamento isolamento, rimango affascinato di fronte a tanto. Vedo un insieme indistinto di corpi che bramano continuamente il successo, che calpesterebbero senza la minima esitazione il piede del proprio vicino pur di avvantaggiarsi di un passo nella folla corsa verso il premio tanto agognato. Vedo l’intera umanità rappresentata nei suoi estremi in un’unica città.
Non amo questa città più di tante altre, ma riconosco l’opera dell’intelletto umano in queste architetture che sfidano le leggi della fisica. Riconosco la grandiosità di questo luogo che per molti rappresenta l’unica ragione di vita o di follia. Ma anche qui, come quasi ovunque, vige la Legge per eccellenza: l’inganno.
Non mi sento per niente sopraffatto da questa immensità, ma sono cosciente che non è in questa dimensione che io posso trovare il mio posto. Mi accontento quindi di essere un osservatore curioso, di esplorare, di cercare di capire ed elaborare un mondo che dista anni luci dalla mia piccola provincia. Mi ritengo comunque un privilegiato rispetto ad una moltitudine che vorrebbe essere ora dove sto io.

Sono cosciente delle opportunità offerte da realtà come queste, ed ammiro, a volte invidio, chi è in grado di coglierle. Ma in fondo poi a cosa aspiriamo?
Monto su di un taxi guidato da un vecchio indiano o pachistano che probabilmente dorme, quando riesce, sul sedile della sua auto e mi chiedo cosa lo spinga a rimanere? E’ venuto qui per i figli? Se sì, i figli cosa fanno, guidano taxi anche loro? E quindi cosa devo pensare, che ce l’hanno fatta? O che anche loro come tantissimi altri sono qui solo per alimentare il motore di questa macchina mai sazio e sempre bisognoso di nuove energie?
Non ho nessuna risposta a queste come alle altre mille domande che mi frullano per la testa.
So però che questa non è la mia dimensione, non è un luogo nel quale mi sentirei a mio agio a viverci. Ritengo che un luogo dominato dagli artefatti dell’uomo non è un luogo nel quale vale la pena vivere.

Ho in mente mille banalità che però mi fanno pensare. Pensare è il primo passo. Qui chi è che pensa? C’è il tempo per pensare? Anche se ci fosse il tempo, è concesso pensare con la propria testa? Voglio dare una forma alle mie banalità perché quando vedo il microonde del nostro appartamento con un bottone per il programma popcorn penso che ci sia un problema di fondo in questa società. Perché quando ogni persona che incontro, di ogni età, è china su di uno schermo e ha le orecchie chiuse da cuffie o auricolari, penso che ci sia un problema. Perché quando vedo gente seduta per strada a fissare lobotomizzata uno schermo minuscolo solo per ricaricare il proprio dispositivo mobile, penso che ci sia un problema. Perché quando vedo locali di ogni tipo aperti 24 ore al giorno 7 giorni alla settimana, penso che ci sia un problema.
Ci sono troppi problemi forse, e il più importante di tutti è forse che l’uomo si crede troppo furbo ed intelligente per capire che questi problemi hanno irrimediabilmente corrotto ed inquinato la sua anima da renderlo irrimediabilmente cieco.
Non c’è futuro per questa società. O meglio, l’unico futuro è l’autodistruzione, un’implosione senza ritorno che mi auguro di non vedere perché già morto.

NYC 2016

Si tornano a fare valigie importanti quest’anno. Di nuovo per aeroporti, lunghi voli tranoceanici, pranzi micro e overdose di film. Tutto questo per portarci dall’altra parte dell’Atlantico nella città delle città: New York City.

A distanza di 2 anni da quel grigio gennaio nel quale ho marcato il cartellino dei 40 anni, questa volta si va per marcare quello dei 70. Non nostro ovviamente ma quello di mia madre. Il sogno, ormai accantonato, di una vita si è materializzato più di un anno fa quando iniziammo a parlarne. Del resto era impossibile fare una sorpresa con un viaggio del genere e allora perchè non godersi insieme l’organizzazione?!

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2 mesi per decidere, 3 giorni per prenotare volo e albergo. Il resto… on the road, o quasi, come sempre. Se da una parte improvviseremo per noi lasciando che sia la fotografia a guidarci, dall’altra il programma prevede una serie di appuntamenti e luoghi che permettano di calarsi a grandi linee nell’universo newyorkese.

Manca poco più di un mese alla partenza e so già che finirà come sempre, nonostante la mia tendenza a programmare ed organizzare per bene le cose, ci ritroveremo la sera prima con il solito casino delle valigie ancora vuote da fare. Le solite cose che non si trovano mai all’ultimo secondo e l’immancabile dubbio una volta a bordo di aver dimenticato a casa qualcosa…

Speriamo solo che i gatti non si nascondano nelle valigie……….

Life at the cabin

La vita al cabin è fatta di essenzialità. La routine del “da farsi” è dettata dall’assenza di corrente elettrica quindi è la luce del giorno a definire l’inizio e la fine delle attività.

Il risveglio è sicuramente uno dei momenti più difficili, la stufa durante la notte si è spenta e la temperatura è di conseguenza precipitata, non so bene quanto faccia dentro, ma so quanto fa fuori: freddo! I più pigri oziano nei loro sacchi a pelo in attesa che il fuoco venga ravvivato. Qualcuno prepara la colazione ed è subito gioia allo sfrigolare del bacon…

L’acqua corrente ovviamente non esiste e quindi i più coraggiosi si avventurano col secchio a fare scorta nel fiume che scorre a pochi metri da noi. Giusto una spruzzata in viso ed una passata ai denti, per il resto va bene così.

La giornata prosegue oziosa e tranquilla. C’è chi si alla lettura, chi all’esplorazione della foresta, chi a sparare col fucile, chi a fare chiacchiere, insomma bisogna far arrivare sera ed ogni espediente è ben accetto.

Dal canto mio ho imparato a godere del caffè americano, magari allungato con un po’ di cioccolata. Mi accoccolo su di una panca vicino alle finestre stringendo tra le mani una tazza fumante. Aspiro con ingordigia l’odore del caffè che sale verso l’alto mentre con lo sguardo vago senza una meta precisa guardando la foresta che mi circonda. E’ tutto talmente troppo che sono soppraffatto da questa natura così opprimente.

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Le ore trascorrono tutt’altro che noiose e la sera arriva in fretta in questa stagione dell’anno. Le tenebre qui hanno uno spessore a cui non siamo più abituati, l’unica luce proviene dalle lampade a petrolio, nella stufa la legna scoppietta allegra mentre la cena viene preparata. Non siamo molto fortunati con il meteo e il cielo ahimè è sempre coperto, 3 notti senza stelle. Ci consoliamo con il bonfire acceso in riva al lago ghiacciato. Finita la cena ci raduniamo in alcuni intorno al fuoco, bastone alla mano ognuno scalda il proprio marshmallow. Il silenzio intorno a noi è rotto solo dal rumore della fiamma e da qualche branco di lupi che non lontano da qui sentiamo ululare.

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Tutto normale per i locali. Tutto eccezionale per noi.

The cabin

Il Natale ormai è passato e l’appuntamento annuale della family incombe, ci ritroviamo al punto prestabilito dopo aver fatto abbondante scorta di birra, al cibo pensano gli altri, in una località più o meno spersa nel nulla più assoluto: una curva anonima al limitare di un bosco anonimo in mezzo allo stato dell’Ontario, no non è Risiko, è la realtà. Scarichiamo macchine e pickup, si allestiscono le due motoslitte che abbiamo a disposizione, per il quod si farà un’altra volta c’è troppa neve.

Scott 1 e Scott 2 si preoccupano di battere un po’ la strada ma la neve è tanta e ci mettiamo in cammino lungo questa pista che si snoda nel bosco. Fa piuttosto freddo e la fatica si fa sentire, si sprofonda fino al ginocchio e dopo una mezzora di cammino la mancanza di forma fisica comincia a farsi sentire. Intorno a noi non si muove niente, nessun suono, sembra di essere in una foresta di cristallo. La temperatura si abbassa ulteriormente con l’arrivo del tardo pomeriggio. Non abbiamo pensato a tenere a portata di mano delle torce e quindi bisogna darsi una mossa prima che faccia buio. Non deve essere simpatico perdersi in questi posti nelle lunghe notti invernali 🙂

Finalmente, dopo quasi 2 ore di cammino, giungiamo al cabin che altro non è che una capanna abbarbicata su uno sperone che sovrasta quello che è un lago enorme formato, come da programma, da una famiglia di castori che stanzia allegramente nella zona.

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Il cabin che ci ospiterà per i prossimi 3/4 giorni è essenziale come solo le capanne nel bosco sanno essere. Due locali riscaldati da stufe a legna, una delle quali funge anche da fornello e all’occorrenza forno. Un soppalco, un specchio, vari ricordi di caccia e di famiglia appesi alle pareti. La corrente elettrica non esiste, se non per poche ore al giorno grazie ad un generatore, l’acqua corrente un lontano ricordo, copertura cellulare solo nei film, il bagno? beh ecco vedi quella casupola ad una cinquantina di metri da qui, ecco quello è il bagno che altro non è che un buco nella terra. Un buon samaritano in tempi remoti deve aver portato qui un bbq e così, in attesa che l’ambiente almeno si intiepidisca, ci sistemiamo come meglio possiamo nel gelo polare.

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In verità tutte queste scomodità mi sembrano più delle comodità… mi sembrano…

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Grandi risate accompagnano la cena e le chiacchiere che attorno al tavolo ci portano verso l’ora del sonno. Siamo tutti un po’ stanchi per via della camminata, del freddo, e insomma c’è voglia di infilarsi nel sacco a pelo. Ognuno ha il suo posto prestabilito, noi ci accomodiamo sul soppalco ed il sonno non tarda ad arrivare.

Buona notte cabin, domani con la luce del giorno vedremo come sei veramente 🙂

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A Horse with no name

Siamo in macchina ormai da ore. Abbiamo lasciato Cornwall questa mattina sul presto in un’atmosfera glaciale, il termometro segnava abbondantemente oltre i -20 gradi.

Da un paio di ore abbiamo abbondonato la 401 e percorriamo con fare deciso queste strade tutte dritte e perpendicolari tra loro. Dopo la bufera di metà mattina il cielo è rimasto grigio e piatto. E’ come essere sospesi in un limbo gelido.

Con la faccia schicciata sul finestrino posterione, guardo i chilometri srotolarsi dietro di noi, qualche casa ogni tanto emerge da questa coperta bianca onnipresente. Poi all’improvviso il mio sguardo viene catturato da un’insolita quanto affascinante scena. Due uomini a cavallo fermi in area di servizio a quello che pare essere un take away, probabilmente una sosta per una bevanda calda. Un mix tra antico e moderno. Un punto di unione che solo in queste terre desolate è possibile trovare.

Tra di noi ce la ridiamo pensando ai cavalli fermi al distributore di benzina. Ormai è sera e siamo alle porte di Peterborough. Il termometro segna – 22 gradi. Si sta da dio!!!

Vancouver Walking Tour: Downtown

Per chi questa estate ha in programma una gita fuori porta a Vancouver, il National Geographic Traveller ha pubblicato una mini guida con un tour a spasso per Vancouver Downtown.

Con partenza da Canada Place si risale verso il centro percorrendo Burrard Street, Robson Street e Horny Street. Un tour da percorrere rigorosamente a piedi per godersi la maestosità dei grattacieli, ma anche per scoprire angoli verdi nascosti, una vera chicca di Vancouver.

Dando un occhiata all’itinerario proposto, sono 10 le tappe principali che il National suggerisce:

  1. Canada Place
  2. Marine Building
  3. Christ Church Cathedral
  4. Fairmont Hotel Vancouver
  5. Vancouver Public Library
  6. Robson Street
  7. B.C. Electric Building
  8. Provincial Law Courts
  9. Robson Square
  10. Vancouver Art Gallery

Non rimane che fare la valigia ed imbarcarsi… good luck!

“Where the ocean meets the mountains”

Lo slogan è proprio questo “dove l’oceano incontra le montagne“. Di cosa stiamo parlando?

Semplicemente di una cittadina canadese, Squamish appunto, che sorge a nord ovest di Vancouver lungo la direttrice per il comprensorio sciistico di Whristler, la Highway 99 meglio conosciuta come “Sea to Sky Highway”.
In particolare Squamish sorge all’estremo nord di un insenatura naturale che l’oceano Pacifico ha ricavato comunemente chiamata Howe Sound.

La storia di questa comunità risale agli inizio del secolo scorso quando, con la costruzione della ferrovia, Squamish rappresentava il capolinea più meriodionale della Pacific Great Eastern Railway.

Il nome Squamish deriva dalla comunità aborigena che stanziava in queste zone prima dell’arrivo degli esploratori europei. Comunità che faceva della caccia, della pesca e dell’allevamento le sue attività principali. Questo fino al 1792, anno in cui il Capitano ed esploratore inglese George Vancouver giunse a bordo del “Discovery” nella baia di Darrel (Howe Sound). L’incontro tra le due civiltà si risolse in uno scambio cortese quanto proficuo, tanto che il giorno dopo salpando, la zona venne ribatezzata “Head of Howe Sound” in onore di tale Lord Howe, un comandante di spicco dell’allora Marina Britannica.

Per tutto il secolo successivo Squamish divenne meta di avventurieri e cercatori d’oro ma è solo a partire dal 1888, quando tale Alec Robertson e famiglia si stabilirono in via definitiva qui, che la comunità di “stranieri” cominciò a prendere forma.

In poco tempo le attività legate al legname  presero il sopravvento sull’agricoltura, divenendo il fulcro dell’economia di Squamish e facendo prosperare l’intera valle che a suo tempo era collegata con la città di Vancouver solo via mare.

Ma è solo nel 1956, con il completamento della ferrovia Squamish-Vancouver, e poco dopo con l’arrivo dell’Highway 99, che il turismo cambia lentamente ma inesorabilmente l’economia e la faccia della provincia.

Oggi Squamish è sempre più conosciuta come meta del turismo all’aria aperta. Grazie ad un territorio ed un clima particolarmente favorevole, è possibile praticare qualsiasi attività immersi nella natura.

Tra le altre cose, a pochi chilometri a sud di Squamish, sorge il Britannia Mine Museum. Si tratta di un museo realizzato all’interno della più grande miniera di rame dell’Impero Britannico, una visita vale sicuramente una sosta. Di molto interessante c’è la possibilità di vedere, e sentire, il funzionamento di alcune attrezzature che nel corso dei decenni sono state usate dai minatori per lavorare. Vi assicuro che dopo aver sentito in azione i trapani pneumatic,i se ma vi era balenata l’idea di fare il minatore vi passerà in un secondo.

Ad oggi la miniera non è più operativa anche se degli studi hanno quantificato l’ammontare del rame che ancora potrebbe essere estratto; peccato che costerebbe di più estrarlo rispetto all’ipotetico guadagno ricavato dalla sua vendita.

Il museo invece è in continua espansione e proprio durante la nostra visita, la guida ci mostrava alcuni stabilimenti in via di ultimazione.

Un cosa sicuramente carina che viene riservata al termina della visita, che dura all’incirca una quarantina di minuti, è la possibilità di diventare cercatori d’oro per qualche minuto. Infatti al termine del percorso, sono predisposte alcune vasche piene di acqua e sabbia. Tramite il classico setaccio ci si può cimentare in questa pratica. Il risultato non è assicurato, io infatti non ho trovato niente, Lavi invece qualche pagliuzza l’ha trovata, la custodiamo gelosamente sulla nostra libreria di casa.

Ferragosto

Come in un normale ferragosto qualunque, stamattina ci siamo svegliati di buon ora, le 7, abbiamo fatto colazione, messo su la lavatrice e poi l’asciugatrice.

Lavi sta finendo di leggere un libro sdraiata sul letto, io bazzico in giro per la rete.

Tra un paio d’ore il check-out dall’ostello e poi l’ultima giornata in strada a Vancouver, anche se molto probabilmente la passeremo a Stanley Park. Un ultima birra ghiacciata con “iceberg brain”, e poi la corsa in aeroporto per l’ultima parte del nostro viaggio: Santo Domingo.

Ieri sera, a nostro modo, abbiamo anche festeggiato il ferragosto in un bellissimo pub irlandese a Downtown Vancouver. Era dai tempi del Johnny Fox che non andavamo in un pub irlandese pieno di gente fuori dagli appuntamenti comandati. Bellissima gente. Tantissima gente. Ambiente giusto. Camerieri in gonnellino nero, cameriere in gonnellino scozzese. Cosa si vuole di più?

Certo è che non avevo mai visto il controllo al metal detector per entrare in un pub e nemmeno il controllo documenti, qui infatti sotto i 19 anni non si beve e non si entra. A dispetto però di tutte questi controlli, l’impressione è quella di una vita assolutamente inquadrata in regole ferree e in quei pochi momenti, vedi il sabato sera, adibiti a divertimento, la regola è che non ci sono regole.

E’ come se si dovesse recuperare il tempo perduto. Non so, mi lascia sempre un po’ perplesso questo modo di fare. E’ anche vero che almeno qui le regole le fanno rispettano non come da noi dove le regole sono fatte solo per essere infrante, però diciamo, una via di mezzo forse sarebbe l’ottimale. Ma sono solo pensieri da domenica mattina questi.

Buon ferragosto a tutti ed arrivederci a presto.

Lunar land

Il bello dell’improvvisazione è che all’ultimo secondo puoi sempre stravolgere i tuoi piani. Eccoci quindi a Whistler dopo oltre 700 chilometri e 10 ore di macchina.
Dopo una provvidenziale colazione a base di uova strapazzate, pan cake, salsicce, prosciutto affumicato e bacon, siamo pronti per affrontare questa giornata di macchina. Lasciamo Jasper che sono da poco passate le 8 con un cielo ancora plumbeo che non promette niente di buono in direzione ovest sulla 16. Dopo poche decine di chilometri lasciamo definitivamente il parco e con lui il nostro cuore e la nostra promessa di tornare. Giunti nel Mt. Robson National Park imbocchiamo la highway 5 in direzione sud verso Kamloops, nostra attuale destinazione, con l’intento di fermarci una notte e spezzare il viaggio di ritorno in due tappe.

Percorriamo questi 320 chilometri circa senza praticamente incontrare mai nessuno, è decisamente diverso il traffico rispetto all’highway 1, anche qui il paesaggio non cambia di molto nonostante la valle sia più chiusa rispetto a quelle che abbiamo percorso nei giorni passati. Foreste, fiumi e montagne. Ogni tanto, e dico solo ogni tanto, incappiamo in qualche abitato composto da poche case, una pompa di benzina, l’immancabile campground e qualche negozietto/food. Ci assale un po’ di tristezza a pensare a come deve vivere questa gente. Non capiamo dove possano lavorare se la prima opportunità di lavoro la vediamo a centinaia di chilometri di distanza. Il cielo grigio non aiuta a mitigare queste sensazioni.
Finalmente giungiamo a Kamloops che è quasi l’una. Decidiamo quindi, visto che il tempo a disposizione non è tanto, di non fermarci e di puntare direttamente verso Whistler. Kamploos appare come una città messicana. Adagiata in una conca senza uno sputo di verde e completamente circondata da terra bruciata. Non riusciamo a capire come in così pochi chilometri ci siano delle differenze così forti nell’ambiente circostante. La periferia è a dir poco inguardabile. Proseguiamo senza indugi verso sud-ovest e dopo pochi chilometri ci ritroviamo in una sorta di terra di nessuno. Colline a perdita d’occhio completamente brulle. Solo ogni tanto qualche macchia di pini arsi da un fuoco passato, decora il paesaggio.

Siamo sicuri di essere ancora in Canada?
L’highway 99 assomiglia molto ad una delle nostre statali perse nel nulla. Asfalto pessimo. Paesaggio inguardabile. Qualche baracca persa nel nulla e abitata non sappiamo bene da quale tipo di masochista. Qui tutto è lontano da tutto. Un wc chimico capeggia in mezzo ad un campo. Cosa ci starà poi a fare là? Ma soprattutto, chi lo verrà a vuotare? Qualche eroico contadino tenta di coltivare questa terra e in fondo alla valle dove scorre l’ennesimo fiume, scorgiamo appezzamenti verdi che risaltano in maniera contrastante con il marrone predominante che li circonda. Quando crediamo di aver visto di tutto dobbiamo ricrederci. Infatti dopo un quasi 80 chilometri di paesaggio pressoché identico, ci ritroviamo, dopo aver scollinato, in una valle strettissima nella quale il paesaggio è a dir poco lunare. Una gola profondissima ospita un fiume in piena e capiamo dalle forme della roccia che in un passato lontano qui la forza della natura non solo ha modellato quello che noi vediamo oggi, ma lo ha ribaltato completamente.
La roccia in innumerevoli punti mostra il lavoro incessante e distruttivo delle acque in piena, nemmeno un filo d’erba spunta da questa terra che sembra maledetta. Ma nonostante tutto, qualche comunità si è radicata in questo territorio dimenticato da dio. Questo è un orrido che perfino a Dante avrebbe fatto paura.

Continuiamo incessantemente a scendere verso il basso, non abbiamo altre parole per descrivere il paesaggio che stiamo attraversando. Finalmente giungiamo a Lillooet dove dopo una discesa interminabile negli abissi, cominciamo un salita irta su una strada incredibilmente ripida a tortuosa che si arrampica caparbia sulle pendici di un monte di cui ignoriamo l’identità , ma ad ogni salita risponde sempre una discesa e dopo una quarantina di chilometri tra curve e tornanti scolliniamo in quella che è una discesa che oscilla tra l’11 e il 15 percento. La valle si apre e torna a lussureggiare il verde dei pini. Un torrente semplicemente stupendo scorre nel senso opposto alla nostra marcia. Ci immaginiamo a bordo di canoe mentre facciamo rafting tra le rapide.
Siamo alle ultime battute di questo trasferimento che ci ha entusiasmato.
Solo quasi le 18 quando entriamo a Whistler, una cittadina, tra l’altro sede degli ultimi giochi olimpici invernali, che appare come un sogno dopo tanta brutalità della natura. Qui l’uomo ha costruito quello che la natura fa normalmente. Un paradiso per il turista. Un luogo nel quale tutto sembra uscito da una fiaba. Un posto come forse solo la montagna sa regalare.