Strasbourg – Rust

E’ ferragosto!!! Strasburgo alle 9 del mattina è praticamente una città fantasma e in poco tempo è solo un lontano ricordo. Abbandoniamo infatti la Francia per tornare nell’amata Germania. Abbiamo infatti constatato diverse cose in questi giorni, due su tutte: la Germania costa moooolto meno della Svizzera e della Francia e la segnaletica in terra tedesca è efficiente come solo loro sanno essere!

Imbocchiamo decisi la ciclovia del Reno verso sud. Pare di essere la mare. Il fiume è larghissimo e il sole abbacinante rende questo paesaggio desolato simile ad una baia marina.

Pedalare lungo la riva oltre ad essere scomodo in quanto tutto sterrato, ha il piccolo problema di non offrire nessun tipo di riparo che sia contro il vento o contro il sole poco importa.

Le uniche variazioni sul tema della giornata sono rappresentate dalle dighe che a cadenza quasi regolare interrompono il flusso del fiume e dai siti di estrazione della ghiaia veramente tantissimi.

Sono quasi le due quando decidiamo di mangiare ma ahimè si sa che in terra tedesca con gli orari non si scherza se poi consideriamo che oggi è ferragosto beh avrete già capito che il pasto si è ridotto ad qualche patatina ed una bottiglia di fanta racimolati in distributore di benzina in un paesino dimenticato da dio lungo il Reno. Fortunatamente Lavi, sempre molto attenta a queste questioni, aveva messo in saccoccia due pasterelle dalla colazione….

Quanto basta per riderci un po’ sopra alla fermata di un autobus mentre il sedere riposa…

Finalmente siamo a Rust inutile località tedesca sede del parco di divertimenti Europa Park, un Gardaland nostrano molto più grande però.

Ovviamente qui è tutto sold out e vista anche la nostra fame ci mettiamo a tavola che sono giusto giusto le 18.

Terminata la cena non rimade che concedersi una vasca per l’unica via del paese, vasca galeotta perchè ci porta a scoprire un orrore bestiale, infatti alle porte del paese di fronte all’ingresso del parco, sorge un complesso assolutamente finto, nel quale sono state ricostruite alcune situazioni: si va dall’hotel in stile New England al Colosseo nostrano passando per altri piccoli pezzetti dello stivale riproposti in un’accozzaglia di qualche centinaio di metri quadri.

Con nostra gradita sorpresa questa sera va in scena uno spettacolo denominato Impero, un qualche di assolutamente abominevole, un non so che di informe senza capo ne coda, ma tanto basta a farci divertire e ridere a crepapelle.

Quello che ci vuole per una sana dormita.

Buon ferragosto a tutti.

Molsheim – Strasbourg

Risveglio frizzantissimo questa mattina. Dopo la tromba d’aria di ieri sera e non so quanti temporali notturno, questa mattina il cielo è terso e la temperatura si aggira sui 16/17 gradi. Dopo un breve passaggio per il centro storico, una vera chicca da vedere assolutamente, ci dirigiamo con velocità verso Strasburgo.

Dopo qualche chilometro imbocchiamo quella che forse è la prima vera ciclabile fatta finora. Una striscia di asfalto immersa completamente nella natura. Alla nostra sinista il Canal de la Bruche, un canale lungo oltre 76 km situato nella parte sud-ovest del dipartimento del Basso Reno e che confluisce alle porte di Strasburgo nell’Ill, alla nostra sinistra campi sterminati di mais.

Questo canale è in pratica un microcosmo popolato da varie specie di insetti ed animali, è un vero spettacolo.

L’asfalto liscio invoglia a spingere sui pedali. I chilometri che ci separano dalla città sono veramente pochi e se non fosse per le innumerevoli soste dovuto proprio agli incontri con la natura, sbrigheremmo la pratica in poco più di 2 ore.

L’arrivo a Strasburgo è un po’ destabilizzante, dopo diversi giorno passati nelle campagne e in piccoli paesini, la grande città con il suo traffico ed i suoi rumori sembrano un corpo alieno al nostro.

E’ necessario acuire i sensi e prestare mille attenzioni agli incroci, ai marciapiedi, ai parcheggi…

L’albergo fortunamente è di facile accesso e questo ci consente di risparmiare parecchio tempo. Un giorno e mezzo a spazzo per la capitale europea, au revoir!!!

Selestat – Molsheim

Oggi si replica la giornata di ieri quindi dopo un’abbondante colazione a base di pain au chocolat e altre delizie locali lasciamo Selestat o per lo meno ci proviamo…

Pare infatti che queste città, per quanto non siano affatto grandi e tentacolari, non vogliamo lasciarci uscire dalle loro spire. E’ un impresa riuscire ad orientarsi con pochi e laconici cartelli per ciclabili. Impieghiamo anche oggi quasi un ora per prendere la giusta direzione. La giornata è fortemente soleggiata e il caldo si fa sentire.

Oggi gran giornata di salite tra le vigne e di sudore. Del resto non si potrebbe fare altrimenti dato che la Route des Vins d’Alsace si sviluppa completamente in collina.

Il panorama è assolutamente fantastico, la vista spazia da una parte verso l’alto inseguendo le file ordinate dei vigneti, dall’altro verso la valle del Reno che scorre in lontananza placido.

Ogni paese che attraversiamo sembra uno di quei piccoli paesini da far west completamente desolati. Nessuna anima in giro fino a quando non si raggiunge la via principale brulicante all’inverosimile di turisti. Ogni volta siamo costretti a districarci tra la folla. Un vero delirio.

Finalmente ci avviciniamo a Molsheim piccolo paesino del basso Reno sede tra le altre cose della fabbrica della Bugatti, noi del resto siamo alloggiati presso l’hotel Bugatti…

La sera ci riserva una visita al centro storico per cena farcita da un’autentica tromba d’aria di 15 minuti.

Uno spettacolo della natura sempre ben gradito. Gente che corre all’impazzata, camerieri che cercano di salvare il salvabile e ristoranti stracolmi.

In compenso questa sera sarà per noi la miglior cena consumata fino ad oggi, il ritorno in albergo ovviamente è bagnato ma questo ormai fa parte del gioco.

Colmar – Selestat

Questa mattina Colmar sembra una città completamente diversa da quella vista negli ultimi due giorni. Sono le 8,30 e l’aria è frizzante. Le strade sono deserte, i negozi tutti chiusi. Ci sediamo ad una delle poche boulangerie per consumare la nostra colazione dopo di che è già ora di puntare alle colline.

Oggi è giornata di Cima Coppi, abbiamo infatti intenzione di raggiungere il castello Haut Koenigsbourg non prima però capire come abbandonare Colmar impresa a dir poco ardua. Dopo quasi un ora di girovagare alla ricerca di indicazioni di piste ciclabili fantasma, riusciamo a prendere la giusta direzione ed a imboccare la tanto agognata Route des Vins d’Alsace.

Capiamo subito che sarà una giornata impegnativa. Da un lato splende un sole caldo che spacca la testa, dall’altro i vigneti ricoprono interamente le colline che si spianano davanti a noi. Ovviamente la strada sale e il sudore scende copioso.

Le imprecazioni si sprecano ma lo spettacolo che questa terra ci regala è unico al mondo. Lo immaginiamo d’autunno con i colori accesi delle vigne nel loro splendore. Oggi sono di un verde brillante da far impallidire l’Irlanda.

Pedaliamo felici anche se spossati. I paesini, che altro non sono che tappe del celeberrimo tour, passano uno dietro l’altro Ingersheim, Turckheim, Sigolsheim, Kaysersberg, Riquewihr, Hunawihr, Ribeauvillé, Bergheim, St-Hippolyte. Tutti nomi dalla doppia anima, come ogni zona di confine, un po’ tedeschi, un po’ francesci molto alsaziani.

Qualche sosta a base di calici bianchi è d’obbligo. Forse saranno proprio queste a fregarci…

Finalmente arriviamo alla salita finale. Settte, otto chilometri per raggiungere il castello Haut Koenigsbourg da St-Hippolyte. Scaliamo tutte le marce ed in silenzio cominciamo la salita. La foresta inizialmente aiuta ma nel giro di poco le gambe urlano e il sudore imbratta la fronte, la schiena, le mani… è un calvario che siamo costretti ad interrompere dopo poco più di 6 chilometri.

Sarà per un’altra volta… forse 🙂

Dietro front e galoppiamo a 50 km/h verso Selestat. Il sole sta calando all’orizzonte quando varchiamo le porte della cittadina.

Abbiamo una sete che solo un disperso nel deserto può immaginare, ovviamente è quasi tutto chiuso e solo dopo una lunga ricerca troviamo un locale che ci accoglie.

Mangiamo veloci e di corsa a letto perchè domani si bissa.

Mullheim – Colmar

La speranza dicono sia l’ultima a morire ma questa mattina è veramente dura essere ottimisti.

Piove ancora mentre facciamo colazione e sconsolati guardiamo il giardino del Garni dove abbiamo dormito. Oggi abbiamo in programma una sessantina di chilometri e già ieri sera abbiamo deciso di seguire la ciclabile asfaltata, l’idea di farli sotto la pioggia non è proprio un bel programma.

Mogi sbrighiamo le faccende logistiche approntando le bici.

Lasciamo Mullheim che sono appena le 9,30 sotto un cielo nero. Fa freddo e per la prima volta indossiamo la giacchina, Lavi perfine la fascia per le orecchie.

In pochi chilometri ci lasciamo alle spalle la Germania attraversando il Reno ed inoltrandoci in territorio francese.

Siamo in Alsazia, patria del gewurztraminer per il momento però le vigne sono solo un’idea infatti intorno a noi campo di mais a perdita d’occhio.

Il tempo in compenso va via via migliorando, il sole ancora non si vede ma per lo meno il cielo appare meno cupo che quando siamo partiti.

Giungiamo che è ora di pranzo a Neuf-Brisach dopo aver attraversato 5 paesi completamente deserti, nessuna persona in giro, nessuna macchina, nessun rumore. Pare di vivere in un’era post-atomica.

Neuf-Brisach invece si dimostra per lo meno viva. Diversi gruppi di ciclisti si sono fermati qui in questa città fortezza racchiusa da possenti mura a pianta ottagonale.

Mancano pochi chilometri a Colmar, la nostra meta odierna. Finalmente non si sa come esce il sole. Un bel sole caldo che riscalda la schiena e fa sudare. Gli animi sono sollevati, pare che anche per oggi si sia schivata la pioggia.

Spingiamo sui pedali e poco prima delle 16 siamo in albergo.

Colmar, capoluogo del dipartimento dell’Alto Reno, è una cittadina corposa il cui centro storico è un qualcosa di unico. I turisti ovviamente affollano le strade strette e contorte del centro. Le case tipiche della regione sono semplicemente stupende. La luce del tardo pomeriggio ci regala un tramonto che da qualche giorno avevamo dimenticato.

Domani giornata di riposo poi domenica si va per vigne…

Parigi vestita a festa

Finalmente ci siamo ed anche questo 2010 sta volgendo al termine. Lo zainetto, con il minimo indispensabile, è pronto. I biglietti sono stampati. Abbigliamento polare pronto.

Non rimane che imbarcarci per Milano dove ci attende il treno notturno per Parigi.

Viaggio tranquillo nonostante qualche decina di minuti di ritardo, ma va bene così, passeremo meno tempo al freddo della gelida stazione milanese. Un breve spuntino con un panino verso le 22 in attesa di imbarcarci. Finalmente arriva il nostro treno!

Una volta trovata la nostra cuccetta comincia la difficile operazione di sistemazione del letto, sopratutto se si tratta della cuccetta a soffitto 🙂

Passiamo una notte relativamente tranquilla e calda e alle 9,30 scendiamo puntuali alla stazione di Paris Bercy dove ci aspetta un’abbondante colazione a base di croissant, succo di frutta e tè.

Parigi come sempre, almeno per noi, si presenta nella sua veste meno luminosa. Un cielo plumbeo incombe minaccioso sulla città e un vento gelido spazza le strade. Pare che da un momento all’altro debba succede il finimondo, ma noi non ci scoraggiamo, del resto oggi è l’ultimo giorno dell’anno quindi gambe in spalle e via a zonzo per la città.

La prima sosta la facciamo nel quartiere di Montmartre che non tradisce mai. Nonostante le orde di turisti che accalcano la piazzetta degli artisti e la basilica del Sacré-Cœur, riusciamo a ritagliarci qualche scorso davvero notevole in compagnia della solitudine. E’ sufficiente infatti allontanarsi qualche metro dai simboli cult del quartiere per ritrovarsi soli e godere appieno dell’atmosfera bohemien che si respira tra le viuzze.

La città è completamente immersa in una cappa di nuvole, tanto che dalla sommità della scalinata della basilica del Sacré-Cœur non si vede la minima ombra della Tour Eiffel.

Dopo un paio d’ore e un pranzetto a base di baguette, è il momento di salutare la collina di Montmartre e tornare verso il centro città, non senza aver prima fatto una capatina a Pigalle, il quartiere red-light di Parigi. In pochi minuti di metrò siamo sull’isoletta Ile de la Citè per godere dello spettacolo della cattedrale di Notre-Dame. Entrare per una visita non se ne parla nemmeno, la fila di turisti è chilometrica.

Ci accontentiamo di un giretto nel comparto della costruzione e sul lungo Senna attiguo. Lasciamo velocemente l’isola per dirigerci ai Champs de Mars e dare un’occhio ad uno dei tanti simboli di questa fantastica città: le Tour Eiffel.

Anche qui milioni di turisti affollano i piloni per la salita alla torre nonostante l’ultimo piano sia chiuso e come se non bastasse, siamo assaliti da orde di venditori che tartassano ogni turista cercando di vendergli una miniatura della torre. Ormai siamo piuttosto sgamati con questo tipo di persone, ma l’insistenza e la presenza capillare sul territorio, ci stanca/disturba parecchio.

In definitiva la torre a quest’ora della giornata e con questo tempo non offre nessuna emozione se non la sua imponenza. Lasciamo quindi il simbolo di questa città alle spalle e percorriamo il lungo Senna in direzione Place de la Concorde.

La Senna dopo le precipitazioni della settimana scorsa è in piena, e molte banchine sono allagate. E’ un vero spettacolo questo serpente marrone che si muove sinuoso da un ponte all’altro trascinando verso il mare sogni, emozioni, desideri…

Dopo una bella camminata di qualche chilometro, giungiamo sugli Champs-Élysées. Le luci sono ancora spente, ma i turisti no.

Infatti se pensavamo di aver visto molti turisti durante la mattinata ora dobbiamo ricrederci. Qui è un delirio di gente che va in ogni direzione. Chi per gli ultimi acquisti. Chi sogna davanti ad una vetrina griffata un acquisto che forse non potrà mai fare. Chi chiede l’elemosina sperando nello spirito natalizio. Chi come noi si aggira senza meta cercando semplicemente un luogo caldo dove fare una sosta e magari sorseggiare un caffè caldo.

La frenesia della gente unita a quella delle macchine ai clacson ai semafori è semplicemente una bolgia infernale con solo uno sfondo meno pauroso che le fiamme degli inferi. Da una parte infatti svetta l’Arc de Triomphe dall’altra l’enorme ruota panoramica in Place de la Concorde.

La notte cala velocemente, la frenesia delle ultime ore aumenta e le luci si accendo in una sfavillante festa colorata. Le Champs-Élysées ci appaiono in tutta la loro maestosità. Ogni albero è illuminato a festa e la ruota, là in fondo, completamente bianca sembra un grande orologio messo là a scandire gli ultimi minuti che ci separano dal nuovo anno.

I negozi cominciano a chiudere e con nostra sorpresa le vetrine vengono lentamente protette con assi di legno o pannelli di compensato. Sembrano i preparativi per una guerra!?

Agli incroci si cominciano a notare i cellulari della polizia e capannelli di agenti in tenuta anti-sommossa sono radunati probabilmente per l’ultimo brief prima della festa-battaglia.

Percorriamo tutto il viale districandoci tra la folla che comincia ad affluire sempre più numerosa. Abbiamo fame ma qui è praticamente impossibile trovare una sistemazione adatta alle nostre finanze. Decidiamo quindi di tornare verso la Torre e addentrandoci nelle vie che costeggiano la Senna troviamo la nostra brasserie dove consumare il “cenone”. Due ore scarse di caldo con un buon Bordeaux nello stomaco ci restituiscono alla strada pimpanti come non mai. In breve siamo ai piedi della Torre, manca solo un’ora e mezza alla fine di questo 2010.

Ci sono tantissime persone, sembra che tutto il mondo sia venuto qui stasera. Basta tendere l’orecchio infatti per sentire una lingua diversa dall’altra e come contorno i venditori che quest’oggi spacciavano le miniature della Torre ora spacciano bottiglie di spumante ad 1 euro.

Ci facciamo qualche risata e in assoluto silenzio arriviamo alla mezzanotte. Ma sarà poi mezzanotte? Il dubbio rimane perchè qui non c’è nessun countdown, nessuna organizzazione, nessun spettacolo pirotecnico. Valli te a capire sti francesi.

Ah sì ora è mezzanotte, la torre luccica come fa del resto ad ogni ora. Quindi ci siamo. Stappiamo la nostra bottiglia di Champagne, brindiamo felici a questo anno che se ne va ed ad un altro che comincia in una continuità che è nella naturale vita delle cose ma che noi cerchiamo sempre di rinchiudere in uno schema di 365 giorni, 52 settimane, 12 mesi…

Parigi, anche se vista di corsa in un solo giorno, ha sempre il suo fascino e forse questo cielo sempre così cupo e carico di pioggia restituisce alla città quell’aura misteriosa ed affascinante che fa di ogni luogo “il luogo”. Prima o poi però un po’ di sole vorremmo vederlo su questi palazzi…

Buon anno a tutti!

Capodanno a Parigi

Quest’anno, nonostante gli sforzi profusi in rete, le offerte low cost per un trasporto aereo in una qualsiasi capitale europea si sono rivelate completamente fuori budget.

La macchina era una valida alternativa ma solo per poche destinazioni (Barcellona, Vienna, Monaco di Baviera) e così siamo andati in biglietteria FS per capire quel’era l’offerta dei treni per Parigi.

Beh per una volta si fa! Ebbene sì, abbiamo trovato, sopratutto per l’andata, 3 posti in cuccetta, sarà la prima volta, almeno per me, per una notte in treno. Il fascino del viaggio notturno e del rumore dei binari ad accompagnare il sonno (speriamo).

E quindi è presto detto, con le stesse modalità dell’anno scorso, affronteremo il tour de force tutto in una notte, ovvero partenza il 30 e ritorno l’1.

Niente alberghi, niente bagagli, una soluzione easy che ci permetterà di dedicarci per un giorno intero completamente alla città e finalmente potremo vedere con i nostri occhi lo spettacolo di luci degli Champs-Élysées e della Tour Eiffel.

Ma cosa si può fare in una giornata sola a Parigi?

Innanzitutto dal 20/11 al 3/1 c’è l’ICE MAGIC – Around The World, lo spettacolo della sculture di ghiaccio sugli Champs-Élysées.
In Place de la Concorde c’è la Grande Roue de la Concorde, la ruota panoramica dalla quale si può ammirare la città dall’alto.
Sempre sugli Champs-Élysées l’immancabile mercatino di Natale.
Una visita al Bercy Village.

E tanti altri eventi come solo una capitale mondiale come Parigi può offrire.

Un modo diverso per vivere in strada la fine e l’inizio di un anno.

In fondo si finisce un anno viaggiando e se ne inizia uno nuovo nella stessa maniera.

La mecca del Bordeaux

Risveglio gelido quello di questa mattina. Il solito cielo acciaio di accoglie all’uscita dall’hotel. La temperatura non supera i 7 gradi e le previsioni metereologiche viste ieri sera alla tv non hanno niente a che vedere con la realtà.
Cerchiamo comunque di non abbatterci, oggi è l’ultimo giorno di permanenza e sarebbe un peccato rovinare l’intero viaggio per colpa della meteo.
Dopo un breve passaggio per il centro di Libourne, raggiungiamo la meta di questa giornata, Saint-Emilion, in pochi minuti. Questo antico borgo medioevale infatti si trova ad un paio di chilometri ad est di Libourne e ad una quarantina da Bordeaux.
Già censito nella lista dei luoghi patrimonio dell’umanità, Saint-Emilion si sviluppa sulle pendici di una collina nella valle della Dordogna, la caratteristica peculiare di questo centro è la produzione vinicola, infatti appena ci si inoltra nelle campagne il paesaggio acquista un’unica conformazione: viti a perdita d’occhio. Il panorama è veramente impressionante. Decine e decine di cantine, chateau come d’uso locale, si spartiscono ogni angolo di terreno per la coltivazione della vite. Ogni vigna è etichettata con la rispettiva tabella che ne identica l’appartenenza e a sancire l’alcuni agricoltori sono ancora al lavoro per la vendemmia.

Ma lasciata la statale in pochi minuti si raggiungono le pendici del borgo, parcheggiamo in una dei tanti spazi predisposti e ci lasciamo ad una delle pratiche che a noi viene meglio: perderci per le via di un paese.
Saint-Emilion è completamente costruito di pietra, a partire dall’acciottolato delle strade, alle mura delle case, fontane e porticati, insomma una delizia per i nostri occhi. Come tutti i borghi arroccati su un’altura anche questo offre scorci dal basso e dall’alto veramente emozionanti, ma più di ogni altra cosa rimaniamo colpiti dal numero di esercizi commerciali che vendono vino, anzi siamo più precisi, qui ci sono solo 2 tipologie di esercizi commerciali: l’enoteca e il ristorante/bistrot/brasserie. Viene da chiedersi se gli abitanti mangino mai in casa…

Non è infatti importante che ci troviamo in una piazzetta o in erto vicolo piuttosto che in una corte, ad ogni angolo le offerte per lo “spirito” ed il “corpo” sono innumerevoli. Ben presto dimentichiamo l’aria gelida e ci godiamo la tranquillità e il sapore di queste stradine che vagamente ricordano la nostra toscana.
Arriva anche per noi l’ora di pranzo e la scelta, nonostante l’offerta sia impressionante come numero, si fa piuttosto ardua. Infatti la necessità primaria è quella di tornare a casa con qualche soldo in tasca e ad una prima occhiata i menù esposti non promettono niente di buono. Dopo aver gironzolato per venti minuti optiamo per “Le Bouchon” un ristorantino in place du Marché.
Già sappiamo che dovremo pagare pegno e quindi l’unico ritegno che abbiamo è sul vino che ci vede costretti a scegliere l’unica, mezza, bottiglia abbordabile a 17 euro, tutto il resto dai 60 euro in su. Insomma assolutamente fuori budget, ma non per questo ne siamo amareggiati, l’importante è non farsi portare la boccia prezza a 3000 euro 🙂
Dopo 40 minuti usciamo pieni e soddisfatti del mangiato e del pagato (75 euro per un’antipasto, 2 secondi, 2 dolci e la mezza bottiglia). Ho visto di peggio.

Inutile affrontare ancora le salite del borgo, lo stomaco reclama ozio e così ci dirigiamo alla macchina, è quasi ora di andare all’aeroporto e lasciare ai ricordi questi splendidi 4 giorni.

Cap Ferret

Risveglio gelido ad Arcachon, ad un cielo limpido si accompagna una temperatura a cui proprio non siamo ancora abituati e l’effetto wind-chill non può che peggiorare la situazione. Infatti fin dalla prima mattina soffia un vento teso e freddo da nord, la luce di queste prime ore della giornata è semplicemente spettacolare.
Di buon ora ci rechiamo al molo per capire se possiamo usufruire del ferry per andare direttamente a Cap Ferret, ma dopo aver intravisto le imbarcazioni decidiamo di abbandonare subito l’impresa per la sempre amata automobile. Sono da poco passate le dieci quando lasciamo Arcachon in direzione Ares, 45 chilometri di strada attraverso una miriade di piccolini paesini che si sviluppano lungo le rive del bacino di Arcachon, tutti uguali tra loro ma pur sempre affascinanti per la loro architettura. Queste casette così lontane dal nostro abituale condominio non possono che catturare la nostra immaginazione sognando sistemazioni migliori di quelle odierne.

Giunti ad Ares si “scollina” e si comincia a scendere verso sud, verso Cap Ferret. Il promontorio che via via va delineandosi scopriamo essere costellato da centinaia di residenze, probabilmente estive. Rimaniamo veramente sorpresi in quanto dalle cartine, ad una prima occhiata, sembrava una zona “disabitata”.
Giungiamo finalmente a Cap Ferret verso mezzogiorno e scopriamo subito che il faro che vogliamo visitare in questo periodo apre solo il mercoledì e la domenica ma dalle 14 in poi.
La giornata è veramente stupenda e decidiamo di sfruttare questo sole così caldo per passare qualche momento in spiaggia. Qui l’attività velistica è veramente molto sviluppata, del resto la presenza quasi costante del vento non può che favorire la pratica. E’ incredibile il numero di imbarcazioni ormeggiate nei pressi della spiaggia.

All’orizzonte finalmente notiamo la duna di Pyla sulla quale solo ieri eravamo in cima, ma da questa prospettiva si può apprezzare tutta la sua vastità. E’ veramente un pugno nell’occhio tutto quel giallo immerso nel verde della vegetazione.
Dopo aver spiluccato qualcosa in un ristorantino nei pressi del faro, arriva finalmente il momento della visita che espletiamo in una mezzora, foto di rito, veduta dall’alto e pronti per la ripartenza. Ci aspettiamo oltre 100 chilometri e i bimbi danno segni d’impazienza.

Ci mettiamo in marcia che sono giusto le quattro del pomeriggio e ci immergiamo nel traffico di rientro verso Bordeaux, del resto oggi è domenica ed anche i francesi hanno pensato bene di sfruttare questa giornata per godersi il mare ed il sole.
Giungiamo a Libourne che sono quasi le 6 e ci sistemiamo in un albergo ad un paio di chilometri dalla città, domani è giorno di rientro ma non prima di aver visitato la mecca del vino: Saint Emilion.

La costa atlantica

Nel mio immaginario ho sempre pensato alla costa atlantica come ad un luogo grigio, umido, marciulento. Un luogo dove uno scrittore depresso possa scrivere il romanzo della sua vita. Un luogo di perdizione, dove la vista si perde all’orizzonte pregno di nebbie e salsedine.
Il risveglio di questa mattina credo che corrisponda perfettamente a quanto da sempre immaginato.
Quando alle 9 alzo la tapparella, un cielo pregno di pioggia ci da il buon giorno. Una distesa infinita di coltri grige, un cielo fuligginoso ed umido come solo il mare sa regalare. Il tutto accompagnato da quel tipico odore di “mare”” caratterizzato da una punta di marcio di fogna.
Insomma, niente di più e niente di meno di quello che ci aspettavamo.
Dopo un’abbondante colazione, attraversiamo la strada e scendiamo in spiaggia. Rimango subito spiazzato dall’immensità di queste spiegge. Il pensiero corre subito alle immagini del fotografo Kenna e capisco tante cose. Mi avvicino alla riva per ascoltare meglio il respiro dell’oceano e godere del fascino dello sconfinato. Non so perchè ma ogni volta che mi trovo di fronte alla vastità del mare, non posso fare a meno di pensare a quegli uomini che nei secoli passati hanno dovuto sfidare le proprie paure nell’affrontare tanta vastità. Un briciolo di invidia, non lo nascondo, lo provo sempre.

Non invidio di certo quel manipolo di avventurieri che ha scelta questa mattina per praticare il surf. Insomma, i 7 gradi dell’aria non invitano certo a buttarsi nell’acqua, ma del resto ognuno ha le sue passioni…
Ci lasciamo alle spalle Mimizan plage e ci dirigiamo verso sud con destinazione Contis plage. Il paesino che ieri notte ci sembrava deserto ora brulica di vita, beh almeno non siamo da soli. In poco più di una mezzora siamo a Contis e finalmente mettiamo la prima crocetta su un faro. Una struttura che si erge a qualche centinaio di metri dal mare immerso in una pineta. La sua vista dalla spiaggia è veramente sorprendente. Un baluardo bianco e nero che si erge su un mare verde. Non si può non pensare che questo elemento non ha nulla a che vedere con l’ambiente che lo circonda.

La pioggia comincia a cadere con una certa insistenza e la sosta si fa gioco forza breve.
Riprendiamo la strada, questa volta verso nord, in particolare verso Arcachon e la Duna di Pyla. Quando finalmente raggiungiamo il parcheggio della duna, un sole non proprio timido buca già le nuvole ed una brezza marina cerca di spazzare via le nubi della mattinata.
La duna, intravista dalla strada, ci compare maestosa appena qualche centinaio di metri dal parcheggio, una presenza a dir poco assurda in un paesaggio che di per se ha già poco del marittimo in quanto tutto il promontorio è ricoperto da una fitta vegetazione di pini e altri alberi.

Cominciamo a salire sfruttando una scalinata artificiale e il tutto comincia ad avere un significato. Basta infatti fare qualche decina di scalino per capire la magnificenza di questo spettacolo della natura. Il giallo della sabbia, il blu del mare ed il verde del bosco, veramente una vista sublime.
Descrivere poi questa duna è tanto semplice quanto è complicato spiegare la sua natura. Possiamo dire che si sviluppa per una lunghezza superiore ai 2 km e si alza per almeno 100 metri dal livello del mare, in alcuni punti lo scorcio che se ne ricava appare prettamente africano anche se l’Africa da qui dista qualche centinaio di chilometri.
Il tutto appare talmente strano da sembrare quasi normale. Del resto siamo al mare e c’è la sabbia, diciamo che si è semplicemente accumulato tutta in un punto.
Ci concediamo un lauto pranzo in uno dei baretti ai piedi della duna e quando ormai sono le 18 raggiungiamo l’abitato di Arcachon. Una classica cittadina di mare come se ne vedono a centinaia. Troviamo da dormire all’hotel Villa Regina, un residuato per pensionati in cerca di un posto dove svernare, ma per noi è perfetto. Le grandi finestre della nostra stanza dominano dall’alto l’abitato, all’orizzonte il sole sta lentamente tramondando ed un’altra giornata volge al termine.