On the way to the Rockies

La cronaca di oggi se vogliamo può essere considerata abbastanza noiosa. Tappa di trasferimento verso le Rockies da Vancouver. Il primo obiettivo è Banff che dista circa 900 chilometri, distanza impossibile da percorrere in un’unica giornata considerando le strade a disposizione ed i limiti di velocità. Abbiamo in verità già da tempo deciso di dividere in due tappe questo trasferimento e di fermarci circa a metà strada nei pressi di Chase.
Partiamo che è mezzogiorno preciso da Downtown Vancover e subito capiamo che i segnali stradali ci daranno un bel po’ da fare sopratutto i nomi delle vie che ad ogni intersezione compaiono vicini all’immancabile semaforo. Sì perchè qui i semafori crescono più dei funghi e noi che ormai ce li siamo quasi dimenticati in favore delle rotonde, cominciamo a spazientirci dopo pochi chilometri. Uscire da Vancouver sembra quasi impossibile, nonostante ci siamo lasciati alle spalle Downtown, la periferia pare interminabile. Fosse almeno bella!
Procediamo sulla statale fino ad incrociare la Freeway 1 nella quale di buttiamo a capofitto. Sono già le due del pomeriggio e il tempo vola considerando che abbiamo a mala pena fatto cento chilometri. Urge però rifocillarsi e nei pressi di Chilliwack ci fermiamo in una “restoration area” che in pratica assomiglia un po’ ai nostri autogrill solo che qui puoi trovare di tutto o di niente, dipende un po’ dal culo che hai. Noi troviamo un localino modello Saloon nel quale pare di essere catapultati in un film americano degli anni 50.
La signora che si aggira per i tavoli per re-fill del caffè credo sia impagabile. Ci spazzoliamo un’insalata con pollo e qualche Pepsi e via che ci buttiamo a capofitto sulla strada.

Il paesaggio fino a questo momento è stato piuttosto monotono: una grande distesa di campi di granoturco intervallati dai tipici barns americani (bellissimi), sullo sfondo le onnipresenti montagne.
Montagne però che non preannunciano niente di buono, infatti il nero sopra di esse si fa sempre più compatto e minaccioso. Appena superato Hope ci imbattiamo in un vero e proprio nubifragio. Cinquanta chilometri percorsi con il tergicristallo al massimo su un asfalto pessimo e con decine di camion enormi che viaggiano a 120 km/h. Roba da pazzi.
Ma dopo ogni temporale torna sempre il bel tempo e passata la tempesta finalmente si sole si affaccia timido tra le nubi. Siamo a oltre 1500 metri di altitudine e questa Freeway a 4 corsie taglia in due questo spettacolo della natura. Scorgiamo un cartello che avverte di controllare il serbatoio perchè la prossima stazione di servizio dista solo 120 km. Intorno a noi non c’è nulla di umano, solo pini e vette che si alternano a dolci colline. L’acqua caduta abbondante evapora dando al panorama un aspetto onirico stupendo.
Finalmente intorno alle 18 raggiungiamo Kamloops, ormai mancano solo 30 chilometri circa all’arrivo ed è il momento di rilassarci un po’.
Qui stranamente il paesaggio è completamente diverso da quello incontrato finora, infatti nonostante la presenza massiccia di sempreverdi, si vede chiaramente che non c’è la benchè minima traccia di erba. La terra, tutta la terra qui sembra essere sabbiosa, come se non trattenesse acqua, è un contrasto veramente impressionante.
Panorama che poi inaspettatamente ricambia per divenire completamente verde dopo qualche chilometro. Pare tutto molto strano.
Raggiungiamo infine Chase e da qui mancano solo 10 chilometri alla località di Squillax, sede dell’ostello dove abbiamo prenotato questa notte.
Scopriamo però che Squillax, nonostante sia presente sulle cartine, è uno sputo che si esaurisce in un incrocio, è incredibile. In questo incrocio sta il nostro ostello o per lo meno colui che lo gestisce. Infatti il tutto è gestito all’interno di un “general store” che da fuori pare una catapecchia vecchia di 100 anni. Ci avviciniamo. La porta è chiusa.

Dopo un po’ ci apre una signora che ci fa entrare e ci fa sbrigare le pratiche burocratiche. Il posto è assolutamente uscito dal 1920 credo. L’interno di questo store di 20 metri quadrati èindescrivibile, spero domani mattina se avremo tempo di fare qualche foto. Ma il bello deve ancora venire, finite le questioni amministrative la signora di porta verso le nostre camere… scopriamo che le camere altro non sono che dei vagoni ferroviari di inizio 900, giuro che non ci credevo! In pratica ci sono 3 vagoni adibiti a dormitorio con 4 letti a castello ognuno e il gioco è fatto.

Immagino che questo Squilax in un lontano passato fosse tipo un junction o un depot di piccolissime dimensioni, oggi conserva veramente un non so che di altri tempi.
Che dire, bellissimo.

Matrioca

A volte quando viaggiamo ci sono giorni un po’ strani, giorni che magari non hanno niente a che vedere con il viaggio in se o giorni nei quali un unica parola o un unico avvenimento, sintetizzano tutto.

Oggi è stato uno di quei giorni.
Questa mattina, complice il fatto che dovevamo completare gli acquisti per le Rockies, abbiamo deciso di prendercela con calma, in più oggi in British Columbia è festa nazionale e come ogni giorno di festa i negozi aprono alle 11, ergo abbiamo dedicato un paio d’ore a lavatrici d’ordinanza, un po’ di lettura e altre amenità del genere.
Inoltre abbiamo constatato che siamo veramente stanchi, e come diceva Lavi stamattina, nella settimana di Bangkok non ci siamo assolutamente risparmiati quindi un po’ di tranquillità non guasta.

Ci incamminiamo con calma in direzione del centro commerciale e dopo qualche isolato mi rendo conto che la struttura di queste grandi città nord-americane in fondo è veramente banale. Infatti se uno la guarda dall’alto la città appare come una grandissima piattaforma dei Lego sulla quale sono stati impilati tanti mattoncini di colore diverso per dare forma a case e grattacieli, ecco fatto, è tutto qui.

Decine e decine di strade si intersecano a 90° creando tanti rettangoli e quadrati più o meno tutti simili, fa quasi impressione per me che sono cresciuto in una realtà di “curve” tutta questa perpendicolarità.
Ci aggiriamo instancabili, o quasi, in questo dedalo di vetro e cemento scoprendo angoli e strutture a noi sconosciute. Downtown Vancouver ormai è la nostra seconda casa.
Raggiungiamo il porto sede tra l’altro di uno degli uffici turistici della città e acquistiamo l’indispensabile pass per accedere ai parchi nazionali. Da domani infatti saremo on the road per 10 giorni circa.
Concluse queste incombenze sono solo le 4 del pomeriggio e di tornare in ostello non ne abbiamo voglia, come del resto di metterci a sedere in qualche bar o terrazza. Non so come ma Lavi lancia l’idea di tornare a Stanley Park che da dove siamo dista veramente tanto, ma avanti il tempo è nostro. Ci incamminiamo e dopo un ora scarsa raggiungiamo finalmente l’ingresso. Dire che siamo stanchi è poco, per fortuna la temperatura estremamente gradevole è dalla nostra.

In questo stato ormai spariamo cazzate a più non posso ed è proprio in questi momenti che noi due ci facciamo le risate più gustose. Ed ecco che appena entrati nel parco, veniamo accolti da un stormo di oche canadesi che se stanno beatamente adagiate sull’erba. Mai viste oche così grosse. E qui mi torna in mente una cosa che sentii tanto tempo fa a proposito del Thanksgiving day sul tacchino ripieno con una ocha ripieno con un pollo e nel pollo un uovo.

Nasce così la matrioca un nuovo piatto davvero speciale che ci accompagnerà per tutto il resto del viaggio e che probabilmente ricorderemo con fragorose risate ogni volta che in futuro ci ripenseremo.

Welcome to Vancouver

Risveglio lento, lento quello di questa mattina. Ieri notte dopo le 12 ore e passa di volo, siamo arrivati in ostello che era già passata la mezzanotte e la stanchezza si fa ancora sentire in queste prime ore della giornata.
Scopriamo con nostra sorpresa che la temperatura è più fresca di quello che ci aspettavamo, infatti i 15 gradi di questa mattina ci sono sembrati veramente pochi in confronto all’ultima settimana passata a Bangkok. Ma poco importa, gli acquisti che già avevamo in programma di fare nei prossimi giorni li anticipiamo ad oggi.
Lavi infatti è già andata in perlustrazione del quartiere e abbiamo già in pugno la situazione.
Alle 11 siamo al centro commerciale più vicino per lo shopping: jeans, felpe e scarpe. Un guardaroba praticamente nuovo a prezzi sicuramente molto interessanti.
Finiamo gli acquisti che è quasi l’una e dopo una corsa in ostello per cambiarci siamo di nuovo in strada per il Pride.

Oggi infatti è festa e anche se non ci è chiaro se questo pride sia dei gay o un semplice carnevale locale, noi ci mischiamo alla folla che assiste a quelli che sembrano dei “carri mascherati”, ma che poi a tutti gli effetti il più delle volte non sono altro che mezzi di trasporto allestiti per pubblicizzare qualche esercizio commerciale della città .

Finalmente spunta il sole e con lui anche temperature più gradevoli che ci portano a percorre il lungomare fino a Stanley Park, un’area verde enorme che noi nemmeno ce la sognamo. Spigozziamo un po’ tra uno sbadiglio e l’altro. Si sta veramente bene. Ci saranno 20 gradi con una leggera brezza marina e il sole che si staglia in un cielo limpido. Sembra il paradiso dopo il caos della settimana scorsa.
Per concludere poi il nostro giretto, rientriamo in città dalla parte opposta all’andata, percorrendo per quasi tutta la sua lunghezza Georgia Street. E’ impressionante vedere come pian piano ci avviciniamo al centro i condomini e le case lascino il posto ai grattaciali. Per noi in pratica sono una novità fonte di ammirazione. Ci chiediamo come possano essere città come New York o similari.

I rimasugli della parata sono ancora visibili per le strade ed orde di barbari mezzi nudi si aggirano per la Downtown urlando di gioia. Qui l’omosessualità quasi la si ostenta, sarà solo per oggi o tutti i giorni così?
Alle 9, dopo aver mangiato il primo vero burger non preconfezionato, siamo stesi a letti ma entusiasti.

Questo è veramente un bel posto, una di quelle città che ti portano a dire sì sarebbe bello vivere qui. Ma in fondo poi è tutto oro quello che luccica?