New York again!

In un dicembre che più che una corsa è parso una maratona per chiudere l’anno, ci svegliamo all’1 di notte del 25 dicembre per raggiungere un aeroporto a caso del nord Italia e prendere un aereo, a caso, che in una mezza giornata ci scarica nel tumulto natalizio della città delle città: New York City.

Strattonati, contusi e stropicciati da un fuso implacabile chiudiamo la camera da letto per concederci una doccia dopo un viaggio pesissimo. Fuori il sole scende veloce ad ovest allungando le ombre sui grattacieli. I locali suonano le compilation tipiche natalizie e fa un certo effetto, dopo anni di melodiose colonne sonore casalinghe, sentirle nei locali mentre al caldo mangi una New York Strip. Ma il Natale dura poco a queste latitudine, il 26 è Santo Stefano, anzi no Boxing Day, ovvero tutto aperto per gli sconti, ma il Natale era ieri, ed ecco quindi che velocemente i marciapiedi si riempono di alberi di Natale spogli e rinsecchiti. Solo poche ore prima stavano baldanzosi nelle sale dei newyorchesi belli addobbati ed illuminati e già oggi sono scarti e rifiuti abbandonati in strada. E’ vero che paese che vai, paese che vai, ma è anche vero che sono gente strana gli americani non c’è che dire.

Un fiume di gente inutile affolla le strade e gli incroci. Una folla indisciplinata ammaliata dalle mille luci dei negozi e da un cliché impossibile da scardinare. Se a settembre dell’anno scorso eravamo tornati disgustati, quest’anno è probabilmente molto peggio. Sbrigate le faccende di rito volgiamo il nostro sguardo a sud e ci regaliamo un paio di giorni lontani dalla calca e dal business sfrenato che alimenta il nostro mondo per guadagnare una dimensione più umana e più consona alle nostre aspettative aggirandoci per Brooklyn. E’ un universo tutto da scoprire questo angolo di città. Il tempo è poco, il freddo è tanto, la stanchezza anche. Un mix di fattori che ci accompagna inesorabilmente non solo in questo viaggio ma in tutti gli i nostri ultimi anni nei quali il periodo natalizio ha rappresentato una chimera da raggiungere per ristorarsi dalle fatiche annuali.

I giorni trascorrono velocissimi e solo ieri sembrava la vigilia di Natale mentre oggi siamo già a sedere nel nostro sedile, con la cintura di sicurezza allacciata, le cuffie ben piantate in testa e la certezza che la prossima volta che verremo negli Stati Uniti andremo a ovest…

L’ultimo wienerschnitzel

Pensi che tre settimane saranno lunghe, pensi che saranno sufficienti a ridarti un po’ di quella pace che ormai è solo un ricordo lontano, invece passa tutto in un attimo e ti ritrovi, in un caldissimo ed assolato giovedì iniziato con un vento impetuoso ed un freddo pungente, su di una panca di un gasthof qualunque a mangiare la tua ultima cena, un wienerschnitzel, una kraut salad ed un apfelstrudel nel disperato tentativo di trattenere ancora per qualche ora il ricordo di quello che è stato.

Tra poco saremo di nuovo fagocitati dalla vita irrimediabilmente frenetica della nostra asfissiante pianura, una vita che ormai ci va stretta come un maglione infeltrito.

Avremo modo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi di sfogliare l’album dei ricordi di questo periodo e riportare a galla i mille accadimenti che hanno farcito questo viaggio a partire da questa splendida famiglia, i Lugger, una scoperta strabiliante in un universo conosciuto per la sua freddezza e distacco, sopratutto verso noi italiani, si sono dimostrati persone di una cordialità e di una squisitezza senza eguali. Nonostante i problemi di comunicazione ci siamo conosciuti e, almeno per quanto ci riguarda, portiamo a casa la sensazione di aver incontrato persone che di questi tempi appaiono più una rarità che la normalità. Un lusso ed un privilegio.

Rientriamo che fa quasi buio. Camminiamo mano nella mano in mezzo ad una strada, l’unica strada, deserta. Succede ancora che quando incontri qualcuno ci si saluti, è così strano! Il silenzio è rotto solo dal torrente che scorre a poche centinaia di metri. Uno spicchio di luna crescente fa capolino ad ovest.

Come dimenticare questi luoghi?

Elogio alla normalità

Sono passate due settimane esatte da quando siamo arrivati. Abbiamo fatto la nostra vita di sempre. Qualche passeggiata a piedi, qualche giornata di ozio a leggere 16 ore, qualche partecipazione alle feste paesane, disegnato, colorato, praticato yoga. Insomma non molto diverso, tolto il lavoro, da quello che poi facciamo anche a casa.

Però c’è un’aspetto che ho colto solo da un paio di giorni che determina una profonda differenza, un solco incolmabile tra il nostro tram tram di Modena e il tram tram di questi luoghi. Proprio ieri mentre rientravamo dalla spesa discutevamo sul “ma che cosa fa questa gente?” e a parte qualche tipico lavoro turistico la domanda è rimasta senza risposta. Poi dopo pranzo mi sono messo a colorare mentre Lavi leggeva, voci dal basso ci hanno invitato per un tè multiculturale a cui ovviamente abbiamo partecipato più che volentieri. Ed è stato proprio in quel contesto che è emersa lampante questa parola che penso possa descrivere pienamente e racchiudere in se il significato di questa valle o per lo meno di questo paese: tranquillità.

Tranquillità perchè ogni cosa avviene secondo il suo ritmo consentendo prima di ogni altra cosa di viverla. Di portare a casa un qualcosa che va oltre la semplice cartolina che nell’arco di un paio di mesi sbiadisce nei nostri ricordi.

Guardo le persone e non vedo quella frenesia che invece raccontano i nostri amici e conoscenti, è forse l’assenza di tante distrazioni che focalizza le persone sulle relazioni e sull’essenzialità. Non so, sono solo ragionamenti a “voce alta” per cercare di trovare una dimensione a questa pace profonda che sento avvolgermi.

Abbiamo ancora poco meno di una settimana di permanenza, ma non sento per niente la scadenza del rientro anzi ho sempre più voglia di abbandonare tutto.

Quando scende la sera

Volgo lo sguardo ad ovest, in fondo alla valle dove sta lentamente tramontando il sole in un andirivieni di luci ed ombre e mi accorgo che improvvisamente l’unico rumore rimasto a rompere questo silenzio è il torrente che in fondo alla scarpata scorre verso est.

E’ allora che mi fermo ed aguzzo le orecchie, ma niente. Le ultime rondini danzano frenetiche nel cielo della sera, le nubi con il loro fare sornione lentamente scendono lungo i pendii aggrappandosi alle punti degli abeti. E’ il crepuscolo. Non c’è ancora buio ma non c’è quasi più luce. L’ultimo raggio di sole ha accarezzato da poco le rocce più alte ed è svanito. Guardo le case dall’altra parte della valle e giacciono buie ed immobili nonostante sia chiaramente abitate. Qui non ci sono luci superflue ad illuminare giardini o ingressi.

E’ surreale.

Rimango sul balcone attento con i sensi allerta, ma non si ode più nulla. Nessuna macchina transita per l’unica strada che attraversa la valle, il vento è cessato, nessuna voce a raccontare la giornata.

Verde, verde ovunque

E’ domenica 6 agosto e sono le 6 del mattino. La chiesa suona la prima chiamata dei fedeli sotto un cielo grigio carico di pioggia.

Sono due giorni che siamo in questo piccolo paese della Carinza, Maria Luggau, e quel che abbiamo capito è che nonostante la tecnologia qui i ritmi e le dinamiche assomigliano a quelle con le quali siamo cresciuti. Il vecchio adagio: tòla dòlza qui è di casa.

Bimbi che giocano a pallone per strada, porte delle case sempre aperte (anche di notte), gentilezza e cordialità a dispetto dei luoghi comuni che spesso ci vengono raccontati. Il nostro appartamento si trova in una fattoria a pochi metri da tutto quel poco che c’è ma da tutto quel che serve. Più di ogni altra cosa per il momento siamo rimasti colpiti dall’estrema cordialità ed ospitalità che non solo i nostri padroni di casa ci hanno dimostrato ma anche gli abitanti del paese. Ovviamente la barriera linguistica è un freno importante alle relazioni, ma tra italiano, inglese e tedesco qualcosa si riesce anche a dire.

Il paese in se non ha molto da offrire per chi cerca svaghi o mondanità. E’ tagliato in due da un’unica strada che percorre la valle, la Gailtal, che prende il nome dall’omonimo torrente affluente della Drava, tanti prati e tanti boschi. Una chiesa enorme meta di incessanti pellegrinaggi, un despar, due ristorantini e qualche negozietto di souvenir e prodotti locali.

Come si diceva un tempo: pane per il corpo e per lo spirito.

Ieri era giornata di festa, per lo meno la sera, e siamo stati invitati dai nostri padroni di casa ad assistere all’esibizione della banda locale, nella quale tra l’altro suonano sia il padre che due dei quattro figli, ed ad unirci a loro a tavola tra un boccale di birra ed una salsiccia. Una serata piacevole nonostante la poca conversazione, una serata nella quale ho ritrovato in parte le stesse dinamiche delle nostre feste paesane di un tempo. Ovviamente, essendo estremamente piccolo, quasi tutto il paese era presente, giovani da una parte a corteggiare le ragazze, vecchi e genitori dall’altra a battere il tempo con le mani ad ogni brano.

Tra le tante cose di ieri sera due mi sono rimaste impresse maggiormente. Da un parte uno dei vecchi seduti di fronte a me. Un uomo distinto dalle mani usurate dal lavoro, ma perfettamente curato. Dal vestito alla capigliatura. A colpirmi è stato quello sguardo lucido e triste dei suoi occhi azzurri; due occhi solitari annacquati nel boccale colmo di birra che la sua mano destra stringeva continuamente. Era credo una persona interessante, gentile nei modi ma che non conosceva nulla di inglese nè tantomeno di italiano quindi al di la di qualche saluto di cortesia è rimasta una figura indefinita al di la del tavolo.

Dall’altra una coppia di giovani turisti, quasi sicuramente di città. Lei una donna molto affascinante dai lineamenti regali, lui un uomo distinto sicuro di se. Entrambi fieri nei loro vestiti, entrambi virati al verde, elegantissimi. Lei con un cerchietto di rose, lui con i suoi capelli biondi ondulati e la sigaretta. Pareva di assistere ad una scena di un film. Avevano entrambi quello sguardo che hanno le persone quando sono sicure di se e della loro posizione nella gerarchia di questa società. Se ne stavano soli ad un tavolo laterale scambiandosi poche parole, un po’ come visitatori allo zoo che curiosi si aggirano sbirciando nelle gabbie.

 

New York è un pozzo senza fondo

​New York è un pozzo senza fondo. E’ un buco nero che assorbe ogni cosa. Persone, oggetti, energie, emozioni, odori, anime, corpi. Qualunque cosa graviti ad una distanza inferiore a quella di sicurezza viene fagocitato dalla voracità di questa città.

In fondo a questo enorme buco nero mi immagino un enorme calderone agitato continuamente da una coppia di mani invisibili che, muovendo il mestolo della vita, amalgano in un’unica cloaca, l’accozzaglia indistinta di corpi che fin dalla sua fondazione ad opera degli olandesi si è riversata in queste lande. Vedo questo vortice ruotare incessantemente ad uso e consumo di pochi i quali, con le armi migliori che l’uomo ha mai inventato, attirano verso di loro il resto dell’umanità con la promessa del “paradiso”.
Il sogno americano del self made man rimane un sogno di pochi, anzi pochissimi, a discapito di tutti gli altri che, ingannati dolcemente, insistono in una corsa senza meta che altro scopo non ha se non bruciarli e consumarli dall’interno.
Mi aggiro tra le mille strade di questa città respirando ed assorbendo un misto di odori che rappresentano la quintessenza dell’occidente.
Una miscela orripilante di vapori di sudore, urina, gas di scarico, olio fritto, grassi disciolti e quant’altro che accomuna tutte le grandi metropoli occidentali, ma che qui trova la sua più alta e completa realizzazione.

Non c’è salvezza per nessuno in questo luogo. L’idea anche solo abbozzata di trovare qui un’ancora di salvezza o un trampolino di lancio è pura follia.
Io, che sono costantemente spinto nella direzione dell’isolamento isolamento, rimango affascinato di fronte a tanto. Vedo un insieme indistinto di corpi che bramano continuamente il successo, che calpesterebbero senza la minima esitazione il piede del proprio vicino pur di avvantaggiarsi di un passo nella folla corsa verso il premio tanto agognato. Vedo l’intera umanità rappresentata nei suoi estremi in un’unica città.
Non amo questa città più di tante altre, ma riconosco l’opera dell’intelletto umano in queste architetture che sfidano le leggi della fisica. Riconosco la grandiosità di questo luogo che per molti rappresenta l’unica ragione di vita o di follia. Ma anche qui, come quasi ovunque, vige la Legge per eccellenza: l’inganno.
Non mi sento per niente sopraffatto da questa immensità, ma sono cosciente che non è in questa dimensione che io posso trovare il mio posto. Mi accontento quindi di essere un osservatore curioso, di esplorare, di cercare di capire ed elaborare un mondo che dista anni luci dalla mia piccola provincia. Mi ritengo comunque un privilegiato rispetto ad una moltitudine che vorrebbe essere ora dove sto io.

Sono cosciente delle opportunità offerte da realtà come queste, ed ammiro, a volte invidio, chi è in grado di coglierle. Ma in fondo poi a cosa aspiriamo?
Monto su di un taxi guidato da un vecchio indiano o pachistano che probabilmente dorme, quando riesce, sul sedile della sua auto e mi chiedo cosa lo spinga a rimanere? E’ venuto qui per i figli? Se sì, i figli cosa fanno, guidano taxi anche loro? E quindi cosa devo pensare, che ce l’hanno fatta? O che anche loro come tantissimi altri sono qui solo per alimentare il motore di questa macchina mai sazio e sempre bisognoso di nuove energie?
Non ho nessuna risposta a queste come alle altre mille domande che mi frullano per la testa.
So però che questa non è la mia dimensione, non è un luogo nel quale mi sentirei a mio agio a viverci. Ritengo che un luogo dominato dagli artefatti dell’uomo non è un luogo nel quale vale la pena vivere.

Ho in mente mille banalità che però mi fanno pensare. Pensare è il primo passo. Qui chi è che pensa? C’è il tempo per pensare? Anche se ci fosse il tempo, è concesso pensare con la propria testa? Voglio dare una forma alle mie banalità perché quando vedo il microonde del nostro appartamento con un bottone per il programma popcorn penso che ci sia un problema di fondo in questa società. Perché quando ogni persona che incontro, di ogni età, è china su di uno schermo e ha le orecchie chiuse da cuffie o auricolari, penso che ci sia un problema. Perché quando vedo gente seduta per strada a fissare lobotomizzata uno schermo minuscolo solo per ricaricare il proprio dispositivo mobile, penso che ci sia un problema. Perché quando vedo locali di ogni tipo aperti 24 ore al giorno 7 giorni alla settimana, penso che ci sia un problema.
Ci sono troppi problemi forse, e il più importante di tutti è forse che l’uomo si crede troppo furbo ed intelligente per capire che questi problemi hanno irrimediabilmente corrotto ed inquinato la sua anima da renderlo irrimediabilmente cieco.
Non c’è futuro per questa società. O meglio, l’unico futuro è l’autodistruzione, un’implosione senza ritorno che mi auguro di non vedere perché già morto.

NYC 2016

Si tornano a fare valigie importanti quest’anno. Di nuovo per aeroporti, lunghi voli tranoceanici, pranzi micro e overdose di film. Tutto questo per portarci dall’altra parte dell’Atlantico nella città delle città: New York City.

A distanza di 2 anni da quel grigio gennaio nel quale ho marcato il cartellino dei 40 anni, questa volta si va per marcare quello dei 70. Non nostro ovviamente ma quello di mia madre. Il sogno, ormai accantonato, di una vita si è materializzato più di un anno fa quando iniziammo a parlarne. Del resto era impossibile fare una sorpresa con un viaggio del genere e allora perchè non godersi insieme l’organizzazione?!

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2 mesi per decidere, 3 giorni per prenotare volo e albergo. Il resto… on the road, o quasi, come sempre. Se da una parte improvviseremo per noi lasciando che sia la fotografia a guidarci, dall’altra il programma prevede una serie di appuntamenti e luoghi che permettano di calarsi a grandi linee nell’universo newyorkese.

Manca poco più di un mese alla partenza e so già che finirà come sempre, nonostante la mia tendenza a programmare ed organizzare per bene le cose, ci ritroveremo la sera prima con il solito casino delle valigie ancora vuote da fare. Le solite cose che non si trovano mai all’ultimo secondo e l’immancabile dubbio una volta a bordo di aver dimenticato a casa qualcosa…

Speriamo solo che i gatti non si nascondano nelle valigie……….

5 Terre

Le 5 Terre sono un microcosmo difficile da decifrare. Paesi di mare con l’anima a metà tra agricoltura e montagna.

Gente arsa dal sole abbacinante e sbattuta contro la roccia da burrasche improvvise.

Gente che ha saputo fare di un territorio decisamente ostico, un piccolo edem di prelibatezze. Gente che come tanti altri ne ha i coglioni pieni di un certo turismo ma sopratutto di un certo Stato.

Le 5 Terre sono questo e molto molto altro e come spesso accade, non bastano 4 giorni per capire la natura di un posto e della sua gente.

Manarola

Nel nostro piccolo abbiamo goduto della compagnia del caldo umido che ti fa grondare come una fontana lungo i sentieri che seguendo il profilo della costa uniscono in un unico filo questi paesi. Abbiamo goduto della compagnia di tante persone piacevoli che tra una chiacchiera e l’altra ci hanno raccontato uno spaccato della loro vita o un pezzo della loro storia. Abbiamo goduto di un ottimo pesce e di un ottimo vino. Abbiamo riso come non facevamo da mesi. Ci siamo persi a guardare la luna nascere alle spalle di Manarola o un raggio di sole ad illuminare Monte Rosso. Ci siamo indignati per questa Italia che non è capace di portare a casa quello che le spetta. Ci siamo indispettiti di fronte ai prezzi “turistici” fuori di ogni senso logico se non della logica del porta a casa oggi che domani non si sa mai. Ci siamo schifati di fronte ai tipici bagni pubblici italiani che un porcile puzza meno ed è più pulito, garantito! Ci siamo abbuffati come sempre di focaccia e riempiti di olio fin sopra le orecchie. Abbiamo parlato tutte le lingue di questo mondo, dall’inglese al francese, dal russo allo spagnolo, dal tedesco all’italiano, perchè in fondo tutto il mondo è paese solo che in questo paese non vogliono il mondo o se lo vogliamo è solo per spolparlo.

Torneremo sicuramente in queste splendide terre per continuare i nostri trekking di esplorazione e per godere della compagnia del mare e della sua gente.

Life at the cabin

La vita al cabin è fatta di essenzialità. La routine del “da farsi” è dettata dall’assenza di corrente elettrica quindi è la luce del giorno a definire l’inizio e la fine delle attività.

Il risveglio è sicuramente uno dei momenti più difficili, la stufa durante la notte si è spenta e la temperatura è di conseguenza precipitata, non so bene quanto faccia dentro, ma so quanto fa fuori: freddo! I più pigri oziano nei loro sacchi a pelo in attesa che il fuoco venga ravvivato. Qualcuno prepara la colazione ed è subito gioia allo sfrigolare del bacon…

L’acqua corrente ovviamente non esiste e quindi i più coraggiosi si avventurano col secchio a fare scorta nel fiume che scorre a pochi metri da noi. Giusto una spruzzata in viso ed una passata ai denti, per il resto va bene così.

La giornata prosegue oziosa e tranquilla. C’è chi si alla lettura, chi all’esplorazione della foresta, chi a sparare col fucile, chi a fare chiacchiere, insomma bisogna far arrivare sera ed ogni espediente è ben accetto.

Dal canto mio ho imparato a godere del caffè americano, magari allungato con un po’ di cioccolata. Mi accoccolo su di una panca vicino alle finestre stringendo tra le mani una tazza fumante. Aspiro con ingordigia l’odore del caffè che sale verso l’alto mentre con lo sguardo vago senza una meta precisa guardando la foresta che mi circonda. E’ tutto talmente troppo che sono soppraffatto da questa natura così opprimente.

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Le ore trascorrono tutt’altro che noiose e la sera arriva in fretta in questa stagione dell’anno. Le tenebre qui hanno uno spessore a cui non siamo più abituati, l’unica luce proviene dalle lampade a petrolio, nella stufa la legna scoppietta allegra mentre la cena viene preparata. Non siamo molto fortunati con il meteo e il cielo ahimè è sempre coperto, 3 notti senza stelle. Ci consoliamo con il bonfire acceso in riva al lago ghiacciato. Finita la cena ci raduniamo in alcuni intorno al fuoco, bastone alla mano ognuno scalda il proprio marshmallow. Il silenzio intorno a noi è rotto solo dal rumore della fiamma e da qualche branco di lupi che non lontano da qui sentiamo ululare.

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Tutto normale per i locali. Tutto eccezionale per noi.