New York è un pozzo senza fondo

​New York è un pozzo senza fondo. E’ un buco nero che assorbe ogni cosa. Persone, oggetti, energie, emozioni, odori, anime, corpi. Qualunque cosa graviti ad una distanza inferiore a quella di sicurezza viene fagocitato dalla voracità di questa città.

In fondo a questo enorme buco nero mi immagino un enorme calderone agitato continuamente da una coppia di mani invisibili che, muovendo il mestolo della vita, amalgano in un’unica cloaca, l’accozzaglia indistinta di corpi che fin dalla sua fondazione ad opera degli olandesi si è riversata in queste lande. Vedo questo vortice ruotare incessantemente ad uso e consumo di pochi i quali, con le armi migliori che l’uomo ha mai inventato, attirano verso di loro il resto dell’umanità con la promessa del “paradiso”.
Il sogno americano del self made man rimane un sogno di pochi, anzi pochissimi, a discapito di tutti gli altri che, ingannati dolcemente, insistono in una corsa senza meta che altro scopo non ha se non bruciarli e consumarli dall’interno.
Mi aggiro tra le mille strade di questa città respirando ed assorbendo un misto di odori che rappresentano la quintessenza dell’occidente.
Una miscela orripilante di vapori di sudore, urina, gas di scarico, olio fritto, grassi disciolti e quant’altro che accomuna tutte le grandi metropoli occidentali, ma che qui trova la sua più alta e completa realizzazione.

Non c’è salvezza per nessuno in questo luogo. L’idea anche solo abbozzata di trovare qui un’ancora di salvezza o un trampolino di lancio è pura follia.
Io, che sono costantemente spinto nella direzione dell’isolamento isolamento, rimango affascinato di fronte a tanto. Vedo un insieme indistinto di corpi che bramano continuamente il successo, che calpesterebbero senza la minima esitazione il piede del proprio vicino pur di avvantaggiarsi di un passo nella folla corsa verso il premio tanto agognato. Vedo l’intera umanità rappresentata nei suoi estremi in un’unica città.
Non amo questa città più di tante altre, ma riconosco l’opera dell’intelletto umano in queste architetture che sfidano le leggi della fisica. Riconosco la grandiosità di questo luogo che per molti rappresenta l’unica ragione di vita o di follia. Ma anche qui, come quasi ovunque, vige la Legge per eccellenza: l’inganno.
Non mi sento per niente sopraffatto da questa immensità, ma sono cosciente che non è in questa dimensione che io posso trovare il mio posto. Mi accontento quindi di essere un osservatore curioso, di esplorare, di cercare di capire ed elaborare un mondo che dista anni luci dalla mia piccola provincia. Mi ritengo comunque un privilegiato rispetto ad una moltitudine che vorrebbe essere ora dove sto io.

Sono cosciente delle opportunità offerte da realtà come queste, ed ammiro, a volte invidio, chi è in grado di coglierle. Ma in fondo poi a cosa aspiriamo?
Monto su di un taxi guidato da un vecchio indiano o pachistano che probabilmente dorme, quando riesce, sul sedile della sua auto e mi chiedo cosa lo spinga a rimanere? E’ venuto qui per i figli? Se sì, i figli cosa fanno, guidano taxi anche loro? E quindi cosa devo pensare, che ce l’hanno fatta? O che anche loro come tantissimi altri sono qui solo per alimentare il motore di questa macchina mai sazio e sempre bisognoso di nuove energie?
Non ho nessuna risposta a queste come alle altre mille domande che mi frullano per la testa.
So però che questa non è la mia dimensione, non è un luogo nel quale mi sentirei a mio agio a viverci. Ritengo che un luogo dominato dagli artefatti dell’uomo non è un luogo nel quale vale la pena vivere.

Ho in mente mille banalità che però mi fanno pensare. Pensare è il primo passo. Qui chi è che pensa? C’è il tempo per pensare? Anche se ci fosse il tempo, è concesso pensare con la propria testa? Voglio dare una forma alle mie banalità perché quando vedo il microonde del nostro appartamento con un bottone per il programma popcorn penso che ci sia un problema di fondo in questa società. Perché quando ogni persona che incontro, di ogni età, è china su di uno schermo e ha le orecchie chiuse da cuffie o auricolari, penso che ci sia un problema. Perché quando vedo gente seduta per strada a fissare lobotomizzata uno schermo minuscolo solo per ricaricare il proprio dispositivo mobile, penso che ci sia un problema. Perché quando vedo locali di ogni tipo aperti 24 ore al giorno 7 giorni alla settimana, penso che ci sia un problema.
Ci sono troppi problemi forse, e il più importante di tutti è forse che l’uomo si crede troppo furbo ed intelligente per capire che questi problemi hanno irrimediabilmente corrotto ed inquinato la sua anima da renderlo irrimediabilmente cieco.
Non c’è futuro per questa società. O meglio, l’unico futuro è l’autodistruzione, un’implosione senza ritorno che mi auguro di non vedere perché già morto.

NYC 2016

Si tornano a fare valigie importanti quest’anno. Di nuovo per aeroporti, lunghi voli tranoceanici, pranzi micro e overdose di film. Tutto questo per portarci dall’altra parte dell’Atlantico nella città delle città: New York City.

A distanza di 2 anni da quel grigio gennaio nel quale ho marcato il cartellino dei 40 anni, questa volta si va per marcare quello dei 70. Non nostro ovviamente ma quello di mia madre. Il sogno, ormai accantonato, di una vita si è materializzato più di un anno fa quando iniziammo a parlarne. Del resto era impossibile fare una sorpresa con un viaggio del genere e allora perchè non godersi insieme l’organizzazione?!

13581907_1639046039668212_4703876658020030381_o

2 mesi per decidere, 3 giorni per prenotare volo e albergo. Il resto… on the road, o quasi, come sempre. Se da una parte improvviseremo per noi lasciando che sia la fotografia a guidarci, dall’altra il programma prevede una serie di appuntamenti e luoghi che permettano di calarsi a grandi linee nell’universo newyorkese.

Manca poco più di un mese alla partenza e so già che finirà come sempre, nonostante la mia tendenza a programmare ed organizzare per bene le cose, ci ritroveremo la sera prima con il solito casino delle valigie ancora vuote da fare. Le solite cose che non si trovano mai all’ultimo secondo e l’immancabile dubbio una volta a bordo di aver dimenticato a casa qualcosa…

Speriamo solo che i gatti non si nascondano nelle valigie……….

5 Terre

Le 5 Terre sono un microcosmo difficile da decifrare. Paesi di mare con l’anima a metà tra agricoltura e montagna.

Gente arsa dal sole abbacinante e sbattuta contro la roccia da burrasche improvvise.

Gente che ha saputo fare di un territorio decisamente ostico, un piccolo edem di prelibatezze. Gente che come tanti altri ne ha i coglioni pieni di un certo turismo ma sopratutto di un certo Stato.

Le 5 Terre sono questo e molto molto altro e come spesso accade, non bastano 4 giorni per capire la natura di un posto e della sua gente.

Manarola

Nel nostro piccolo abbiamo goduto della compagnia del caldo umido che ti fa grondare come una fontana lungo i sentieri che seguendo il profilo della costa uniscono in un unico filo questi paesi. Abbiamo goduto della compagnia di tante persone piacevoli che tra una chiacchiera e l’altra ci hanno raccontato uno spaccato della loro vita o un pezzo della loro storia. Abbiamo goduto di un ottimo pesce e di un ottimo vino. Abbiamo riso come non facevamo da mesi. Ci siamo persi a guardare la luna nascere alle spalle di Manarola o un raggio di sole ad illuminare Monte Rosso. Ci siamo indignati per questa Italia che non è capace di portare a casa quello che le spetta. Ci siamo indispettiti di fronte ai prezzi “turistici” fuori di ogni senso logico se non della logica del porta a casa oggi che domani non si sa mai. Ci siamo schifati di fronte ai tipici bagni pubblici italiani che un porcile puzza meno ed è più pulito, garantito! Ci siamo abbuffati come sempre di focaccia e riempiti di olio fin sopra le orecchie. Abbiamo parlato tutte le lingue di questo mondo, dall’inglese al francese, dal russo allo spagnolo, dal tedesco all’italiano, perchè in fondo tutto il mondo è paese solo che in questo paese non vogliono il mondo o se lo vogliamo è solo per spolparlo.

Torneremo sicuramente in queste splendide terre per continuare i nostri trekking di esplorazione e per godere della compagnia del mare e della sua gente.

Life at the cabin

La vita al cabin è fatta di essenzialità. La routine del “da farsi” è dettata dall’assenza di corrente elettrica quindi è la luce del giorno a definire l’inizio e la fine delle attività.

Il risveglio è sicuramente uno dei momenti più difficili, la stufa durante la notte si è spenta e la temperatura è di conseguenza precipitata, non so bene quanto faccia dentro, ma so quanto fa fuori: freddo! I più pigri oziano nei loro sacchi a pelo in attesa che il fuoco venga ravvivato. Qualcuno prepara la colazione ed è subito gioia allo sfrigolare del bacon…

L’acqua corrente ovviamente non esiste e quindi i più coraggiosi si avventurano col secchio a fare scorta nel fiume che scorre a pochi metri da noi. Giusto una spruzzata in viso ed una passata ai denti, per il resto va bene così.

La giornata prosegue oziosa e tranquilla. C’è chi si alla lettura, chi all’esplorazione della foresta, chi a sparare col fucile, chi a fare chiacchiere, insomma bisogna far arrivare sera ed ogni espediente è ben accetto.

Dal canto mio ho imparato a godere del caffè americano, magari allungato con un po’ di cioccolata. Mi accoccolo su di una panca vicino alle finestre stringendo tra le mani una tazza fumante. Aspiro con ingordigia l’odore del caffè che sale verso l’alto mentre con lo sguardo vago senza una meta precisa guardando la foresta che mi circonda. E’ tutto talmente troppo che sono soppraffatto da questa natura così opprimente.

BI9A4101

Le ore trascorrono tutt’altro che noiose e la sera arriva in fretta in questa stagione dell’anno. Le tenebre qui hanno uno spessore a cui non siamo più abituati, l’unica luce proviene dalle lampade a petrolio, nella stufa la legna scoppietta allegra mentre la cena viene preparata. Non siamo molto fortunati con il meteo e il cielo ahimè è sempre coperto, 3 notti senza stelle. Ci consoliamo con il bonfire acceso in riva al lago ghiacciato. Finita la cena ci raduniamo in alcuni intorno al fuoco, bastone alla mano ognuno scalda il proprio marshmallow. Il silenzio intorno a noi è rotto solo dal rumore della fiamma e da qualche branco di lupi che non lontano da qui sentiamo ululare.

BI9A4115

Tutto normale per i locali. Tutto eccezionale per noi.

The cabin

Il Natale ormai è passato e l’appuntamento annuale della family incombe, ci ritroviamo al punto prestabilito dopo aver fatto abbondante scorta di birra, al cibo pensano gli altri, in una località più o meno spersa nel nulla più assoluto: una curva anonima al limitare di un bosco anonimo in mezzo allo stato dell’Ontario, no non è Risiko, è la realtà. Scarichiamo macchine e pickup, si allestiscono le due motoslitte che abbiamo a disposizione, per il quod si farà un’altra volta c’è troppa neve.

Scott 1 e Scott 2 si preoccupano di battere un po’ la strada ma la neve è tanta e ci mettiamo in cammino lungo questa pista che si snoda nel bosco. Fa piuttosto freddo e la fatica si fa sentire, si sprofonda fino al ginocchio e dopo una mezzora di cammino la mancanza di forma fisica comincia a farsi sentire. Intorno a noi non si muove niente, nessun suono, sembra di essere in una foresta di cristallo. La temperatura si abbassa ulteriormente con l’arrivo del tardo pomeriggio. Non abbiamo pensato a tenere a portata di mano delle torce e quindi bisogna darsi una mossa prima che faccia buio. Non deve essere simpatico perdersi in questi posti nelle lunghe notti invernali 🙂

Finalmente, dopo quasi 2 ore di cammino, giungiamo al cabin che altro non è che una capanna abbarbicata su uno sperone che sovrasta quello che è un lago enorme formato, come da programma, da una famiglia di castori che stanzia allegramente nella zona.

BI9A3264

Il cabin che ci ospiterà per i prossimi 3/4 giorni è essenziale come solo le capanne nel bosco sanno essere. Due locali riscaldati da stufe a legna, una delle quali funge anche da fornello e all’occorrenza forno. Un soppalco, un specchio, vari ricordi di caccia e di famiglia appesi alle pareti. La corrente elettrica non esiste, se non per poche ore al giorno grazie ad un generatore, l’acqua corrente un lontano ricordo, copertura cellulare solo nei film, il bagno? beh ecco vedi quella casupola ad una cinquantina di metri da qui, ecco quello è il bagno che altro non è che un buco nella terra. Un buon samaritano in tempi remoti deve aver portato qui un bbq e così, in attesa che l’ambiente almeno si intiepidisca, ci sistemiamo come meglio possiamo nel gelo polare.

BI9A3250

In verità tutte queste scomodità mi sembrano più delle comodità… mi sembrano…

BI9A3299

Grandi risate accompagnano la cena e le chiacchiere che attorno al tavolo ci portano verso l’ora del sonno. Siamo tutti un po’ stanchi per via della camminata, del freddo, e insomma c’è voglia di infilarsi nel sacco a pelo. Ognuno ha il suo posto prestabilito, noi ci accomodiamo sul soppalco ed il sonno non tarda ad arrivare.

Buona notte cabin, domani con la luce del giorno vedremo come sei veramente 🙂

BI9A336210

 

A Horse with no name

Siamo in macchina ormai da ore. Abbiamo lasciato Cornwall questa mattina sul presto in un’atmosfera glaciale, il termometro segnava abbondantemente oltre i -20 gradi.

Da un paio di ore abbiamo abbondonato la 401 e percorriamo con fare deciso queste strade tutte dritte e perpendicolari tra loro. Dopo la bufera di metà mattina il cielo è rimasto grigio e piatto. E’ come essere sospesi in un limbo gelido.

Con la faccia schicciata sul finestrino posterione, guardo i chilometri srotolarsi dietro di noi, qualche casa ogni tanto emerge da questa coperta bianca onnipresente. Poi all’improvviso il mio sguardo viene catturato da un’insolita quanto affascinante scena. Due uomini a cavallo fermi in area di servizio a quello che pare essere un take away, probabilmente una sosta per una bevanda calda. Un mix tra antico e moderno. Un punto di unione che solo in queste terre desolate è possibile trovare.

Tra di noi ce la ridiamo pensando ai cavalli fermi al distributore di benzina. Ormai è sera e siamo alle porte di Peterborough. Il termometro segna – 22 gradi. Si sta da dio!!!

Lenzkirch – Waldshut

Ci siamo! Oggi è il nostro ultimo giorni di sellino e pedali e come volesi dimostrare il tempo è pessimo.

Siamo in montagna e fa freddo. L’atmosfera è uggiosa e ci copriamo preparandoci ad una giornata “umida”. La prima discesa verso Lenzkirch si trasforma in pochissimo tempo in una prima doccia piuttosto fredda! Ci fermiamo in paese per fare spesa e grazie agli dei alla nostra ripartenza fa capolino un timido sole. Dai forse ce la siamo cavata con poco, ci diciamo. Con una serie di saliscendi anche impegnativi, raggiungiamo il primo punto di riferimento odierno che è la bellissima cittadina di Bonndorf. Il cielo è a dir poco nero, ed un vento impetuoso spazza le nuvole con una potenza inaudita. Da qui sappiamo che le cose, almeno da un punto di vista stradale dovrebbero migliorare ed infatti lasciandoci alle spalle il paese iniziamo un tratto di falsopiano tra le campagne ormai gialle di fine estate per tuffarci definitivamente in quella che è un’impegnativa discesa lunga almeno 15 chilometri.

Discesa che risulta estremamente pericolosa oltre che impegnativa. Le folate trasversali di vento e la velocità sostenuta, abbiamo toccato oltre i 60 km/h, unità al carico massimo delle bici rende il tutto mooooolto impegnativo. E’ però la giusta ricompensa dalle fatica disumane di ieri. Finiamo la discesa nei pressi di Stühlingen e ci concediamo un frugale pranzo a base di panini. Abbiamo il cuore leggero, ormai è tutta leggera discesa fino all’arrivo, la pioggia sembra scongiurata, mancano solo una trentina di chilometri.

Proseguiamo lungo una ciclabile sterrata che costeggia il fiume Wutach. Il vento è sempre importante e usciti dalla valle ci rendiamo conto che gli ultimi chilometri saranno il solito calvario di vento contrario.

Abbiamo pressoché esaurito le energie e fa freddo. Abbiamo solo voglia di arrivare per tuffarci sotto la doccia. L’attesa però è ancora lunga. Arrivati nei pressi di Tiengen facciamo una sosta per rimirare una serie di aquile che ha nidificato lungo il Reno, spettacolo superbo, reso anche più selvaggio dal vento impetuoso.

Ormai siamo al dunque, la zona industriale di Waldshut ci accoglie e con lei anche il motel. Siamo orgogliosi di noi stessi per quello che siamo riusciti a fare. Ora non rimane che goderci il meritato riposo serale con una passeggiata per le vie della città vecchia.

Freiburg – Lenzkirch

Ci svegliamo dopo una notte agitata e piena di preoccupazioni per quello che ci aspetta oggi.

Abbiamo infatti rimuginato tanto in questi ultimi 2 giorni su come continuare il nostro viaggio in queste ultime 2 tappe che ci rimangono da affrontare da soli. Il fatto di essere in 4 aiuta sicuramente, sopratutto quando si incontrano difficoltà sia tecniche che logistiche. La scelta è stata comunque quella di provarci, alla peggio rientreremo verso la prima stazione ferroviaria e…..

Tutto questo per dire che oggi ci tocca la Cima Coppi di questo tour estivo, una lunga salita di 12/13 chilometri verso Rinken. Si tratta di una variante “per sportivi” che si inerpica all’interno del Naturpark Südschwarzwald con un dislivello di 800/900 metri. I più esperti ci hanno già detto che l’impresa, perchè di impresa si tratta, non è alla nostra portata ma chi siamo noi per tirarci indietro?

Lasciamo quindi Friburgo di buonora in questa domenica mattina assolata, le vie della città sono deserte. Qualche bottiglia a testimoniare i bagordi del sabato sera, complice anche il match della squadra locale di calcio. E’ strano essere senza compagnia dopo più di 10 giorni passati insieme ai nostri amici, ma diversamente non si poteva fare e quindi inutile pensarci. In circa un’oretta si ritroviamo a Kirchzarten, da qui si comincia a fare sul serio e capiamo bene il perchè, dopo infatti pochi chilometri in località Oberried, la strada letteralmente si impenna! Scaliamo tutto lo scalabile e via di rampichino pedalata dopo pedalata grondiamo sudore mentre al nostro fianco veniamo sorpassati ripetutamente da motociclisti e ciclisti ovviamente senza tutta la nostra zavorra al seguito. Dire che è durissima non rende l’idea. Le gambe letteralmente scoppiano, il sole picchia sulla testa, il cuore scoppia nel petto. Teniamo duro perchè non si può fare altrimenti. Lavi è costretta ripetutamente a scendere dalla bici e a spingerla su per la salita, io resisto non so bene come. Finalmente ci addentriamo nel bosco e godiamo un po’ del refrigerio dato dall’ombra. Dalle indicazioni mancano poco più di 2 chilometri alla vetta, in fondo nemmeno tanto?!#@

Ma ecco che quando i timori cominciano e lasciare spazio alla felicità di avercela quasi fatta, arriva la doccia gelata. La strada infatti è clamorosamente chiusa con una serie di indicazioni di pericolo di vita e compagnia bella. Che fare?

Un paio di ciclisti che ho davanti si avventurano lo stesso, ma per noi la situazione è diversa. Da un lato dobbiamo centellinare gli sforzi, dall’altro dobbiamo fare comunque i conti con il tempo a nostra disposizione e con le cartine in nostro possesso risulta difficile prendere decisioni oculate. Che fare? Ovviamente la scelta cade sull’opzione più conservativa ovvero prendiamo la deviazione indicata dai cartelli… Apriti cielo!!! Dopo poche centinaia di metri la strada asfaltata lascia il posto allo sterrato di una strada forestale che inesorabilmente si inerpica sulla montagna. Madonne come se piovesse mentre sudiamo anche il midollo e le ruote slittano ad ogni pedalata. Tiriamo fuori la nostra esperienza di trekking per cercare di orientarci sulla cartina ed avere almeno una parvenza di dove ci troviamo. Finalmente dopo quasi 4 ore di salita siamo al passo!!! Siamo stremati anche se ovviamente contenti. C’è poco da gioire però, all’arrivo mancano ancora almeno 25 chilometri. Mangiamo e beviamo e ci buttiamo a capofitto in discesa per guadagnare quanto più tempo possibile. Raggiungiamo finalmente la base della discesa a Hinterzarten, sono le 14 in punto quando presi dai morsi della fame ci sediamo nel primo ristorante che incontriamo. Siamo più ottimisti con la pancia piena!

Ci rimettiamo in sella e in pochi minuti siamo a Titisee, un lago fantastico per la sua bellezza di contro pare che tutta la Germania abbia deciso di venirci oggi. Siamo costretti a spingere le biciclette a mano dal gran numero di persone che affolla il lungo lago, incredibile veramente!

Ci lasciamo il lago alle spalle e ci avventuriamo per l’ennesima “scorciatoia” che si rivela essere un boomerang incredibile. La pista infatti ci porta all’interno del bosco su per una stradina che risulta talmente ripida che a fatica riusciamo a spingere la bicicletta a mano, è assurda la ripidezza di questa salita! Non abbiamo parole e nemmeno pensieri, anzi no forse quelli sì…

Scolliniamo a finalmente ritrovato l’asfalto scendiamo verso la nostra destinazione finale Lenzkirch. Sfortunatamente il nostro alloggio si trova a 4 chilometri dal paese ovviamente dal lato alto… Le parole non le riporto perchè sarebbero troppo offensive. Ormai non ne abbiamo veramente più. Risaliamo a zigzag la strada sperando ad ogni curva che lo strappo appena fatto sia l’ultimo ed invece… continuiamo a salire. Ce ne freghiamo delle indicazioni di strada chiusa per lavori e stremati dopo quasi 59 chilometri e oltre 3500 metri di dislivello siamo a meta!

Le proprietarie della pensione se la spassano clamorosamente quando capiscono da dove veniamo, noi dal canto nostro siamo coscienti dell’impresa che abbiamo fatto. Siamo andati sicuramente oltre ogni nostra aspettativa e la giornata di oggi rimarrà stampata nella memoria per molti moltissimi anni.

Ora è tempo di schnitzel e kartoffelsalat.

Rust – Freiburg

La fatica comincia un po’ a farci sentire. Complice anche il caldo importante di questi giorni e forse anche la monotonia del paesaggio che non aiuta a stuzzicare i sensi. Ci lasciamo velocemente alle spalle Rust, e la bolgia infernale di automobilisti in fila per l’entrata al parco divertimenti, e ci inoltriamo nella campagna tedesca. Dopo qualche chilometro di sgambata decidiamo prendere una variante per movimentare un po’ la giornata e ci immergiamo in un dedalo di sentieri che si sviluppa all’interno di un bosco. Inutile sottolineare l’assoluta mancanza di indicazioni. Dopo un avanti e indietro di una mezzora finalmente sembra che la direzione presa sia quella giusta. In verità questa variante non aggiunge molto alla varietà del paesaggio semplicemente abbiamo sostituito l’orizzonte piatto della pianura con una quinta di alberi e un po’ di ombra, che in fondo non guasta mai.

Passiamo un paio di villaggi veramente graziosi nei quali però non c’è anima viva… Giardini perfetti, orti perfetti… pensiamo al nostro orto a casa che normalmente si presenta come una savana incolta e un po’ invidiamo quello che stiamo vedendo. Non invidiamo però i naturisti che incontriamo dopo qualche chilometro che come mamma li ha fatti se ne stanno beati a bordo fiume e prendere il sole.

Finalmente passiamo Riegel e da qui iniziamo una lunga e lenta salita verso Friburgo. Un ruscello/canale (Dreisam) ci accompagna in questi ultimi chilometri che sono tutto furchè semplici. Infatti se da un lato il paesaggio è veramente piacevole, dall’altro questo lunghissimo tratta di ciclabile è completamente sterrato. Questo ci costringe ad un ulteriore sforzo in una giornata nella quale l’unico desiderio sarebbe quello di starcene seduti al bar a sorseggiare una birra ghiacciata.

Man mano che ci avviciniamo a Friburgo incontriamo sempre più gente. Tanta gente si gode il sole a bordo ruscello, c’è che fa picnic, chi prende il sole, chi si rinfresca nell’acqua. Pare una scena idilliaca. Noi in compenso arranchiamo tra la ghiaia della ciclabile ostiando quanto di peggio la nostra immaginazione può concepire.

Finalmente le porte di Friburgo si aprono e ci accoglie una città in fermento. Il salto dalla campagna alla città è sempre complicato. Tanto traffico, tante auto e tante biciclette, semafori, marciapiedi tutti elementi che normalmente ignoriamo completamente. Fortunatamente il nostro alloggio è nei pressi della stazione ferroviaria e raggiungerlo risulta quindi estremamente semplice. Qui fortunatamente usufruiamo dell’immenso parcheggio per biciclette posto esattamente sopra la stazione, un pensiero in meno per i prossimi 2 giorni.

Friburgo è anche l’ultima tappa per i nostri compagni di viaggio, Scott e Pam, domenica infatti loro devono rientrare in Italia, per noi invece ancora un paio di giorni in sella alle nostre biciclette.